Archivio: notizie

Reality Show in guerra

Mi chiedo in che società viviamo se traiamo spunto anche dalla violenza della guerra per fare odience, ovvero sia per far soldi, speculare anche sulla morte è ignobile, è come giustificare la violenza, non che senza reality questo non avvanga, perchè già il fabbricare armi è tutto questo , ammazzare a priori.
In più per la gente che si tenta di incollare davanti allo schermo,non vedo che informazione vogliano passare, oltre che educazione.
Cosa vogliamo passare alle future generazioni, ai più giovani, che poi saranno i maggiori fruitori di simili programmi? e poi si parla tanto di educare i giovani!!!!!!!! più che altro si tende, così facendo , ad assoggettarli ad una realtà violenta che stranamente viene fatta passare per normale.

Luca Pecchioli - Partito Umanista

L’emittente G4 Tv ha annunciato che la prossima primavera trasmetterà un format sul lavoro degli artificieri della Marina Militare impegnati in Afghanistan. Tante e opposte le reazioni dei telespettatori sul progetto.

La guerra in Afghanistan ha conquistato un altro spazio nel palinsesto televisivo statunitense: quello del reality show. La G4 Tv, emittente televisiva via satellite e via cavo made in USA, ha infatti annunciato la programmazione di un nuovo format chiamato “Bomb Patrol: Afghanistan” che seguirà da vicino le gesta degli artificieri della Marina statunitense impegnati nell’opera di bonifica del territorio afgano.

Cavalcare l’onda. La pista seguita dai produttori della G4 è quella aperta dall’enorme successo di “Hurt Locker” il film di Kathryn Bigelow, vincitore di sei premi Oscar alla 82ma edizione degli Academy Award. “Il miglior film dell’anno” ha commentato il presidente di G4 Neal Tiles che ha inoltre presentato quella che potrebbe rivelarsi la bomba mediatica della prossima stagione televisiva negli States. “Semplicemente - ha sostenuto Tiles - non c’è modo di comprendere l’incredibile quantità di pressione e le decisioni prese in frazioni di secondo che queste persone devono svolgere nelle peggiori condizioni fisiche possibili senza andare insieme a loro come faranno le nostre telecamere. Questa è una rara opportunità di mostrare il lavoro di uomini e donne coraggiosi in prima linea e condividere con i nostri telespettatori tutto il dramma della vita reale, il lavoro di squadra, il pericolo e il trionfo che va di pari passo con questo lavoro specializzato. Gli spettatori di G4 vedranno questi eroi che mettono la loro vita a rischio ogni volta che affrontano quello che, per loro, è solo un altro giorno in ufficio”. Queste le motivazioni dell’emittente che è riuscita a convincere gli alti comandi del Pentagono, e della Marina Militare statunitense, a far aggregare una loro troupe agli uomini del Genio Militare.

L’accordo. Per ora prevede una serie di 10 puntate da un’ora l’una che andranno in onda dalla prossima primavera. Lo “show” prodotto dalla Big Fish Entertainment, che ha escluso ogni possibilità di controllo creativo da parte dei vertici militari, avrà Doug DePriest e Dan Cesareo come produttori esecutivi. Lo stesso Tiles, secondo cui il programma è destinato ai “giovani di sesso maschile che vogliono esplorare nuovi generi”, ha anche affermato che l’idea è quella di “non entrare in modo duro nel lavoro più mortale sul territorio come fanno Discovery Channel e altri network”. Ma oltre le rassicurazioni di chi, come Tiles, avrà comunque un forte ritorno economico dall’operazione, l’idea sembrerebbe esser destinata al peggiore dei business possibili: lucrare sulla guerra e sui drammi personali di chi la combatte. I soldati verranno seguiti in un periodo che va dal corso di formazione nei campi addestramento in USA fino alla loro assegnazione in Afghanistan. Agli intrecci amorosi in stile “Big Brother” si sostituiranno, che i produttori lo prevedano o no, le psicosi di chi quotidianamente affronta il pensiero della morte o è destinato a fare i conti con quella dei loro amici, e dei loro nemici, sul campo di battaglia.

Le reazioni. G4 è un network nato nel 2002 come specialista di videogame e che negli anni ha deciso di variare la propria offerta con spettacoli informativi e reality show. La fascia d’età si è dunque spostata dai teenager ai giovani dai 18 ai 34 anni. Sono loro che nelle ultime ore hanno commentato con tanti, e spesso opposti, pareri il sito internet dell’emittente. All’intervento di MiGaOh che scrive: “Questa proposta di spettacolo è disgustosa, Cosa è successo ai videogame?” fa da cassa di risonanza quello di DrShepard che, deluso dalla novità, scrive: “No! Ho il massimo rispetto per gli uomini e le donne che servono il Paese ma per favore G4: non farti consumare dai reality show come ogni altra emittente. Rimango già deluso ogni volta che che giro su G4 per vedere qualcosa sui videogiochi e trovo solo Cheaters (reality show ndr)”. Tra i sostenitori dell’idea c’è, invece, AntiquesRoadwarrior che commenta: “Amo questo [progetto] perché c’è stata una grande differenza tra la guerra in Afghanistan e la guerra del Vietnam nella copertura di notizie. Detto questo, il fatto che la CNN preferisce leggere i Tweets di Bieber che mostrano i rapporti degli incidenti è, ovviamente, la differenza nelle valutazioni che ricevono le storie. […] La CNN è generalmente la più rispettabile, anche se il meno visto, di tutti i canali di notizie. La maggior parte degli altri hanno narrazioni preconcette e sono in genere inaffidabili per qualcosa di simile al giornalismo”. Ma oltre i favorevoli e i contrari ci sono i morbosi. Quelli come DreamingDarklyRobin che già da ora si chiedono: “C’è qualcuno che muore realmente?”, aggiungendo tra parentesi - e noi con lui - “domanda molto insensibile”.

Antonio Marafioti
………da paecereport.net

BASTA CON LE DISCRIMINAZIONI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ma sarebbe l’ora di fare un passo avanti e di apprire la mente e il cuore e smetterla con questi bigottismi da medio evo, finiamola didi fare i tolleranti a distanza, cioè fino a che il “problema” non ci tocca, fino a che viviamo nei nostri soliti schemi e gli altri sonoo al di fuori del nostro piccolo mondo circoscritto da il nostro abitat abituale.
Appriamoci agli altri, ma più che accettarli semplicemente, capiamoci, come noi vorremo essere capiti dagli altri

L. Pecchioli

Maltrattati dal carabiniere la denuncia di una coppia gay
I due si stavano abbracciando in un bar del centro. Hanno raccontato che il militare ha intimato loro di smetterla perché all’interno di un locale pubblico: “Non facevamo niente di male”. La denuncia di Arcigay
Trattati male da un carabiniere in divisa che li ha visti mentre, la notte scorsa, si abbracciavano un bar del centro di Viareggio (Lucca). E’ quanto raccontato da una coppia gay. Secondo il loro racconto - fatto durante una conferenza stampa organizzata da Arcigay - il carabinieri avrebbe detto loro di farla finita perchè si trovavano in un luogo pubblico.

Protagonisti della vicenda sono Mirko Vigni di Pistoia e Fabio Frati di Prato. “Non facevamo nulla di male - ha detto Vigni - non ci stavamo baciando. Ci stavamo solo abbracciando e il carabiniere ci ha trattato in malo modo”.

I due giovani hanno raccontato che il carabiniere era con altri tre colleghi, tutti in divisa. L’episodio sarebbe avvenuto nel bar Cusimano, nel centro di Viareggio, alle 5,30 del mattino, dove Vigni e Frati, dipendenti di due locali della Marina di Torre del Lago, erano andati al termine del lavoro. Paolo Patanè, avvocato e presidente nazionale di Arcigay, ha detto di essersi messo in contatto con il comandante della stazione dei carabinieri di Viareggio, Andrea Pasquali, che li ha ricevuti in caserma: “Abbiamo apprezzato le parole del maggiore Pasquali, comandante della compagnia carabinieri di Viareggio, e le scuse che lui ci ha posto a nome dell’Arma”, ha poi riferito. “Il comandante - ha aggiunto - ci ha assicurato che valuterà dal punto di vista disciplinare il comportamento dell’appuntato e si è reso disponibile a valutare eventuali denunce penali che i ragazzi avrebbero potuto presentare cui però, di fronte alle parole del comandante, loro stessi hanno rinunciato. Il comandante si è reso disponibile infine anche a valutare eventuali momenti formativi per il personale impegnato a Viareggio e Torre del Lago”.

SI MUORE DI LAVORO …………..NERO E IN PIU’ ……..DISCRIMINATI

E si continua a dare agli immigrati, non sono regolari, rubano il lavoro a NOIitaliani, delinquono, e tanto altro ancora e poi la verità viene fuori dai fatti, costretti a adattarsi ad ogni tipo di ricatto lavorativo, ovverosia fanno comodo per guadagnare ma non sono visti come esseri umani.
In questo incidente due lati negativi della nostra socità consumistica che ci spreme come barattoli e ci butta quando non siamo più utili, la mancanza di osservanza delle leggi in materia di sicurezza sul lavoro e il tema spinoso dell’immgrazione o meglio dell’intolleranza verso lìaltro, il diverso, lo straniero.

Partito Umanista-Luca Pecchioli


Lavora in nero e muore i suoi compagni fuggono

Articolo tratto da La Repubblica

L’uomo, 33 anni, senegalese, era irregolare in Italia e impiegato abusivamente. Stava ristrutturando una concessionaria a Campi Bisenzio (Firenze). E’ rimasto schiacciato dal muletto che stava manovrando
di GAIA RAU

Il muletto che stava manovrando si è ribaltato, schiacciandolo. E lui è morto sul colpo, mentre le persone che gli stavano intorno fuggivano, immortalate da una telecamera. E’ morto così Niang Elhadji, operaio trentatreenne senegalese, irregolare in Italia e impiegato al nero da un artigiano marmista, che questa mattina stava lavorando alla ristrutturazione di una concessionaria automobilistica a Campi Bisenzio, nella piana fiorentina.
Le telecamere della ditta hanno ripreso le fasi della tragedia, immortalando un fuggi fuggi di persone subito dopo il ribaltamento del muletto. I carabinieri stanno adesso identificando i presenti: sembrerebbe alcuni artigiani. La vittima avrebbe tentato di saltare dal muletto che si stava ribaltando, rimanendo schiacciato e, probabilmente, morendo sul colpo. Il pm ha disposto l’autopsia.
Dai primi accertamenti emergerebbero anche altre irregolarità: l’operaio non aveva la cintura allacciata e sul muletto sarebbero mancati diversi dispositivi di sicurezza, fra cui gli sportelli, che avrebbero potuto salvarlo. Sembra che l’uomo fosse alle dipendenze di un artigiano e che stesse lavorando alla posa di marmi, nell’ambito di lavori di ristrutturazione di una concessionaria di automobili. L’artigiano sarà con ogni probabilità indagato. Il muletto sarebbe stato preso in affitto dall’azienda che ha fornito i marmi e poi prestato all’artigiano per i lavori nella concessionaria.
“Se le informazioni che abbiamo risultano confermate, non si può parlare di fatalità ma di precise e grossissime responsabilità”, ha commentato l’episodio Daniela Cappelli della Cgil toscana. E cordoglio è stato espresso anche dal presidente del consiglio regionale Alberto Monaci, che ha definito le morti sul lavoro “un’emergenza nazionale”, dal presidente della Provincia di Firenze Andrea Barducci e dal coordinatore toscano dell’Idv Fabio Evangelisti.

Essere palestinesi in Libano

338951.jpg
Una legge potrebbe mettere fine a una serie di discriminazioni, anche se c’è ancora tanto da fare
Ogni mattina ti alzi e speri che ci sia acqua corrente ed elettricità. Lo fai in fretta, perché sono in tanti a dividere quello che dovrebbe essere un bagno, anche se nessuno ti aspetta. La stessa casa dove sei nato e cresciuto, per la legge libanese, non ti appartiene, anche se tuo padre ha lavorato sodo per comprarla. Puoi studiare, finché ti aiutano, ma dopo se non hai i soldi non puoi andare all’università. Poco male, direbbe qualcuno dei tuoi amici, tanto anche se ti laurei non puoi ambire a niente di più di un posto da manovale o di addetto alle pulizie.

Questa è la vita quotidiana di un rifugiato palestinese in Libano. Più di 400mila per l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di loro, ma per il governo di Beirut sono 300mila. Sono i rifugiati delle guerre del 1948 e del 1967, in fuga dalle truppe israeliane che hanno occupato i territori palestinesi. Una vita profuga, nei dodici campi che costellano il Libano, molti dei quali sorti dopo che il re della Giordania cacciò i palestinesi negli anni Settanta. Rappresentano solo una parte dei quasi cinque milioni di palestinesi sfollati in giro per il mondo, ma la loro vita, se possibile, è ancora più dura. Ieri, dopo una lunga notte, un raggio di sole. Il parlamento libanese, su proposta del leader dei drusi Walid Jumblatt, ha approvato il 17 agosto 2010 un disegno di legge che rende la loro esistenza meno disperata. Un esempio? Fino a ieri (in attesa che il presidente libanese Michael Suleiman firmi la legge), per loro, erano vietati più di 50 mestieri; prima erano addirittura più di 70, come previsto dall’emendato articolo 50 della Legge sul Lavoro del 1964. La proposta Jumblatt prevede anche l’abolizione del divieto di acquisto della terra e della negazione dell’accesso al servizio sanitario nazionale. Su questi ultimi due temi, però, il dibattito parlamentare è ancora aperto. Come resta aperto il dibattito all’interno della comunità palestinese.

continua ( tratto da http://it.peacereporter.net/articolo/23661/Palestinesi%2C+Libanesi )

Acqua bene pubblico e di tutti !!!!!!!!!!!!!!!

il-tirreno-11-08-2010.jpg

L’IPOCRISIA DI ISRAELE - Freedom Flotilla, la versione di Bibi

Continua la lineaunilaterale e senza apertura e giustificazione dei proppri errori e degli errori del governo israeliano, continua la farsa di un governo che vuole per forza passare agli occhi internazionali come pacifico e nel frattempo fa di tutto per ridurre allo stremo e decimare la popolazione palestinese.
Proprio certa gente , si può dire, non vuole la pace.
L’opinione internazionale dovrebbe prendere seri provvedimenti, la pace va tutelata , ma sinceramente e non facendo finte pantomime, anche perchè la via della pace e della convivenza fra i due popoli, passa per una riconciliazione a 360°.
Non possiamo far finta che certi crimini verso l’umanità si perptuino ancora, perchè di questo si tratta.

Partito Umanista

334811.jpg
Il premier israeliano Netanyahu depone davanti alla commissione d’inchiesta: fiero dei suo militari

”Sono certo che alla fine della vostra indagine diverrà evidente come lo Stato d’Israele e l’esercito israeliano abbiano agito nel rispetto della legge internazionale”. Così parlò, questa mattina, di fronte alla commissione d’inchiesta che indaga sui fatti della Freedom Flotilla, il premier israeliano Banjamin Netanyahu.

Nessuno si aspettava un Bibi - come Netanyahu viene chiamato da sempre - si cospargesse il capo di ceneri, o pronunciasse un mea culpa, ma ancora una volta il premier mostra quella determinazione che, per due volte, l’ha portato a guidare lo Stato Ebraico. L’oggetto dell’indagine è noto: la morte dei nove attivisti turchi a bordo della nave Mavi Marmara, una di quelle che componeva la Freedom Flotilla, intercettata dalle unità speciali dell’esercito israeliano all’alba del 31 maggio scorso al largo delle coste della Striscia di Gaza. Tutti gli altri attivisti vennero arrestati nel porto di Ashdod, dove le navi vennero scortate dalla marina militare d’Israele, e in un secondo momento rilasciati. Per i nove attivisti turchi, invece, solo un funerale solenne al ritorno delle loro salme in Turchia. L’assalto in acque internazionali ha generato un caso diplomatico, mettendo in imbarazzo le Nazioni Unite e suscitando la più grave crisi diplomatica tra Turchia e Israele a memoria d’uomo. Non tutta la deposizione di Netanyahu si è svolta a porte aperte. La commissione, presieduta dall’ex giudice della Corte Suprema israeliana Yaakov Tirkel, comprende cinque membri israeliani, affiancati - ma senza diritto di voto - da due osservatori stranieri: l’ex premier protestante del Nord Irlanda, Lord Trimble, e il giurista canadese ed ex avvocato generale delle forze armate canadesi Ken Watkin.

La giustificazione portata da Netanyahu di fronte alla commissione riunita a Gerusalemme alle 9 del mattino è stata quella che altre volte in passato è stata utilizzata dal governo israeliano nella storia: un attacco preventivo. “Ci siamo mossi quando ritenevamo pericoloso per noi far attraccare le navi a Gaza, considerato che trasportavano armi destinate ai terroristi della Striscia”, ha dichiarato il premier israeliano. ”Ho fiducia nei combattenti dell’esercito israeliano e l’intero Stato d’Israele è fiero di loro. I combattenti israeliani a bordo della Marmara hanno dimostrato coraggio nell’adempimento del dovere e nel proteggersi da una reale minaccia alle loro vite”, ha detto Netanyahu. Il primo ministro ha ancora una volta difeso il blocco navale imposto alla Striscia di Gaza, senza accenni alla volontà di alleggerirlo ventilata nelle ore successive all’indignazione internazionale per l’attacco alla Freedom Flotilla.
Durante la settimana sfileranno davanti alla commissione il ministro della Difesa Ehud Barak e il comandante in capo dell’esercito Gaby Ashkenazi. Una stoccata Bibi la riserva proprio al primo dei due: ”Nelle discussioni che hanno preceduto l’arrembaggio della flottiglia avevo dato strette istruzioni di fare uno sforzo supremo per evitare di causare vittime e io so che questa è stata anche l’istruzione data dal ministro della Difesa”, ha detto Netanyahu, lasciando intendere che se qualcosa fosse andato storto è comunque una responsabilità del leader laburista e non sua.
Altre due inchieste sono in corso sulla vicenda della Freedom Flotilla: una da parte della magistratura turca e un’altra da parte della delle Nazioni Unite, con un rappresentante turco e uno israeliano. L’Onu, inoltre, per voce del suo segretario generale Ban Ki-Moon, ha dichiarato che il Palazzo di Vetro vigilerà anche sull’indipendenza della commissione israeliana. Una commissione militare interna ha risolto la sua inchiesta ammettendo errori nella catena di comando che, come ha fatto il premier oggi in udienza, pare spostare su Ehud Barak il fardello della colpa.

Messe al bando le bombe a grappolo ma l’Italia non ha firmato

35966_415569913911_101748583911_4785813_3661306_n.jpg
di Marco Stefano Vitiello

Il 1 agosto 2010 è entrata in vigore la Convenzione che vieta l’uso, la produzione, lo stoccaggio e il trasferimento delle cosiddette “cluster bombs”, le micidiali bombe a frammentazione, o a grappolo, ma il governo italiano non l’ha ratificata.

Il presidente del Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) Jacob Kellenberger ha detto che è stato un “momento storico” e un passo decisivo che “dovrebbe porre fine a decenni di sofferenze di uomini, donne e bambini”, con l’auspicio che l’entrata in vigore della Convenzione influenzi anche il comportamento degli Stati che non vi hanno ancora aderito. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha salutato con soddisfazione l’avvio di una nuova fase: “Un grande progresso” per liberare il mondo da quelle che ha definito “armi ignobili”.

E Benedetto XVI ha voluto esprimere “vivo compiacimento per l’entrata in vigore della Convenzione sul bando delle munizioni a grappolo che provocano danni inaccettabili ai civili”. “La Comunità internazionale ha dimostrato – secondo il papa – saggezza, lungimiranza e capacità nel perseguire un risultato significativo nel campo del disarmo e del diritto umanitario internazionale”. Il papa ha infine esortato tutti i paesi del mondo che ancora non lo hanno fatto ad aderirvi.

La Convenzione era stata sottoscritta a Oslo nel dicembre 2008, inizialmente da 30 paesi. Secondo i dati della Cluster Munition Coalition oggi sono 107 quelli che hanno aderito e 37 l’hanno già ratificata. L’Italia aveva firmato il testo, ma ancora non figura tra quelli che hanno proceduto alla ratifica. Tra i firmatari ci sono anche la Gran Bretagna, Germania e Francia, ma non gli Stati Uniti, Cina, Russia e Israele.

Le bombe a grappolo sono bombe, in genere sganciate da velivoli o elicotteri,ma ci sono anche ordigni proiettati con artiglierie, razzi e missili guidati, che contengono un certo numero di submunizioni (da poche unità contenute in una bomba da mortaio, fino a diverse centinaia come nel caso dei grossi Cluster Bomb Unit di modello americano) che, al funzionamento dell’ordigno principale (cluster), vengono disperse, secondo diversi sistemi, a distanza. Le submunizioni possono essere seminate anche da dispenser che rimangono agganciati agli aeromobili o da speciali sistemi automatizzati di semina terrestre.

Il tipo più comune è progettato per colpire persone e veicoli, ma ne esistono varianti specifiche per distruggere piste di atterraggio, linee elettriche, liberare sostanze chimiche, biologiche, incendiarie e alcune che hanno diversi effetti combinati.

Questi ordigni spesso non funzionano all’impatto col suolo, rimanendo parzialmente interrati e quindi invisibili e pericolosissimi; molti produttori di tali ordigni dichiarano percentuali di malfunzionamenti vicine al 5% ma durante l’ultimo conflitto nel Sud del Libano per molti di questi ordigni è stato calcolato che le percentuali abbiano raggiunto il 40-55%, con effetti devastanti sulla ignara e inconsapevole popolazione civile che ha visto coltivazioni di agrumi, di olive e di banane su cui si basa l’economia locale, diventare dopo i combattimenti veri e propri campi minati.

In Afghanistan attualmente si cerca di bonificare ancora le PFM1, in gergo chiamate “pappagalli verdi”, eredità delle guerra russo-afghana degli anni 80, che miete numerose vittime ancora oggi, nella popolazione civile.

Dall’8 al 12 novembre prossimo gli Stati firmatari si riuniranno a Vientiane (Laos) per stabilire un piano d’azione per applicare la Convenzione e le procedure per il monitoraggio dei progressi.

NO ai libri di testo a pagamento nella scuola primaria!

Ancora una scure si sta per abbattere sulla scuola pubblica italiana
Il Governo ha soppresso con la Finanziaria lo stanziamento di 103 milioni di euro per la fornitura gratuita dei libri di testo nella scuola dell’obbligo.
La gratuità dei libri nella scuola primaria prevista per legge dal 1964.
La politica del governo Berlusconi, con il rigore? del ministro Tremonti ha completamente cancellato queste risorse”.
Si tagliano ancora una volta risorse fondamentali per la scuola e il diritto allo studio e il governo non ha nemmeno il coraggio di farlo alla luce del sole.
Perchè?
Semplicemente non viene rinnovato lo stanziamento di risorse stabilito nel 2007. In pratical’esecutivo non toglie il diritto, ma intende scaricarne l’onere sulle famiglie e sugli enti locali, vale a dire che dovranno essere i comuni a pagare i libri di testo delle scuole primarie.
E i comuni che non hanno risorse?
Ci sono serie possibilità che a pagarli saranno le famiglie.
Altro che investire sulla scuola e sul nostro futuro??qui si continua a tagliare, tagliare, tagliare!!!!!!!


Il macabro tariffario del cancrovalorizzatore del Gerbido di Torino

Guardate al link sottostante quanto ci costano i tanto decantati termovalorizzatori…………….. senza pensare alla salute, da non mettere mai in discussione come faccenda primaria.

Documenti ufficiali che nessuno ha pubblicato.

Dovete sapere che un progetto di ricerca della Commissione Europea, che si chiama ExternE (Externalities of Energy), ha quantificato in modo molto preciso i costi dei danni all’ambiente ed alla salute derivanti da una qualunque fonte emissiva.
Questi costi, in Europa, sono attualmente valutati da 3 a 5 volte meno che negli USA, ma è importante che venga riconosciuto che una centrale elettrica, una discarica, un inceneritore, un cementificio, ecc. provocano danni, che hanno, oltre ad un costo in termini di sofferenza, anche costi economici ben quantificabili. La società che sta costruendo linceneritore del Gerbido, nel 2003 ha fatto uno studio in collaborazione con il Politecnico di Torino e ha redatto una tabella dei costi in euro delle malattie previste. Malattie e costi sono stati riassunti in una tabella, che, a ragion veduta, si potrebbe definire il tariffario del cancrovalorizzatore. Non è un macabro scherzo, è un documento del Politecnico di Torino. Poi il sindaco di Torino Sergio Chiamparino dice che l’inceneritore sarà sicuro.

http://www.youtube.com/watch?v=8ndf0QdZ4fE

Video sui CIE