Approvato in Senato il ddl sul processo breve LA “CASTA” RINGRAZIA
Può un problema molto serio, come l’estrema lentezza della giustizia in Italia, essere affrontato con la superficialità che il governo ha dimostrato anche in questo caso? Sì, in Italia evidentemente si può. Lo dimostra l’approvazione da parte del Senato del decreto sul “processo breve”.
Il fatto che questo decreto riguarderà, come ha dichiarato in aula lo stesso capogruppo del Pdl, solo l’1% dei processi, dimostra inoltre che alla base di questo provvedimento non c’è l’esigenza che riguarda tutti i cittadini di abbreviare i processi, perché in quel caso sarebbe stata necessaria una legge che avesse inciso su tutte le cause pendenti. Che cosa c’è in quell’1%? Ci sono i processi in cui è imputato il presidente del consiglio, ma anche altri processi importanti che riguardano Cirio-Parmalat, Antonveneta-Bnl ed Eni Power.
Da questa semplice constatazione possiamo concludere che il decreto approvato in Senato riguarda solo la “casta”, mentre la grande maggioranza dei cittadini continuerà a subire l’estrema lunghezza della fase istruttoria e di quella dibattimentale, continuerà a subire una situazione di sostanziale ingiustizia e di violazione dei diritti umani, come emerge dalle numerose condanne dell’Italia da parte della Corte internazionale di Strasburgo.
Pur non considerando questo aspetto di evidente discriminazione tra la solita casta prepotente e la maggioranza dei cittadini, possiamo dire che abbreviare in questo modo i processi è la soluzione giusta per risolvere la lentezza della giustizia? No, non lo possiamo dire.
La nuova legge, che si applica a tutte le tipologie di imputato, stabilisce che, per “violazione della durata ragionevole del processo”, il procedimento per i reati sotto i 10 anni, dal momento in cui il pm “esercita l’azione penale”, si estingue dopo 3 anni per il primo grado, 2 anni per il secondo e un anno e 6 mesi per la cassazione.
Se l’esigenza è quella di avere più giustizia, non è questo il modo di rispondere a tale bisogno. Secondo questa logica, per fare un paragone, il ministero della salute potrebbe anche decidere, per rendere sempre più precoce la diagnosi delle malattie allo scopo di migliorare lo stato di salute delle persone, che tale diagnosi deve avvenire entro un certo tempo, dopo di che la malattia, sempre per decreto, si estingue. Risulterebbe evidente a tutti che un provvedimento del genere sarebbe pura follia, mentre sappiamo benissimo che solo favorendo l’avanzamento della ricerca e l’efficienza del sistema sanitario si può rispondere alla domanda di salute dei cittadini.
Per la stessa ragione il decreto legge approvato al Senato, prendendo in considerazione la domanda di giustizia dei cittadini, non serve assolutamente a nulla. È pura follia.
Se invece il motivo è quello di far estinguere i processi a carico di una piccola casta di privilegiati, non tenendo conto della domanda di giustizia, allora tale decreto risponde esattamente allo scopo.
Occorre, invece, una vera riforma. Una riforma che trasformi il sistema giudiziario da macchina burocratica che si serve del potere attribuitogli per giustificare la sua inefficienza, in servizio al cittadino, con le stesse caratteristiche di efficienza e di parità di condizioni di accesso che connotano i servizi pubblici. Quindi si dovrebbe puntare alla sburocratizzazione della giustizia.
Ciò richiede di aumentare le risorse destinate al settore, anche per quel che riguarda il sistema carcerario, una vera e propria piaga del nostro paese, in cui ormai non si contano più i tentativi di suicidio, al fine di eliminare il sovraffollamento, di risolvere la carenza di strutture sanitarie e di personale specializzato, trasformando il carcere da “scuola del crimine” e “luogo di espiazione” in strumento per la riabilitazione di chi deve scontare una pena, così come vorrebbe la Costituzione italiana.

























