Archivio: riflessioni

Il senso dell’azione nonviolenta


Discorso di Tomas Hirsch alla Conferenza Internazionale per la Pace “Modi nonviolenti per cambiare un regime” . Monaco, 1 e 2 febbraio 2013.

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    Devo dire che il titolo di questa conferenza è alquanto discutibile.

    In primo luogo – e non lo dico come critica, ma per stimolare la riflessione – se mi viene chiesto di parlare dei modi nonviolenti per cambiare un regime, è perché in fondo si suppone esista la possibilità di un cambiamento di regime attraverso la violenza. Evidentemente essa è ancora installata nella testa di molti di noi: crediamo che possa produrre i cambiamenti desiderati, mentre la nonviolenza appare solo come una possibilità in più rispetto a quelle esistenti.

    Al di là di una posizione etica che ci porta a rifiutare il suo uso, bisogna chiedersi se la violenza possa produrre davvero un cambiamento. Esistono esempi reali del fatto che abbia modificato davvero una situazione politica, economica o sociale?

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Memoria e intenzione

      1. Oggi è il Giorno della Memoria.
  • Personalmente non amo le ricorrenze con la loro retorica e i loro riti. La memoria è una cosa vitale per l’Essere Umano, lo è tutti i giorni. Il Comandante Marcos, scrivendo una lettera alle Madres de Plaza de Mayo ricordava un vecchio detto indigeno “chi è senza memoria è un uomo morto”. Senza memoria io non sarei in grado di scrivere questo articolo e tu non saresti in grado di leggerlo.
    Ma, lo sappiamo, oggi parliamo di una particolare Memoria, quella che ricorda la liberazione di un campo di sterminio come simbolo della liberazione da quell’orrore che si rivelò all’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
    Nelle mie attività coordino una piccola associazione editoriale che ha pubblicato tre libri sul tema della memoria e mi sono trovato, un paio di giorni fa, con Silvano Lippi a presentare il suo libro, “39 mesi” che racconta la sua storia con i campi di sterminio. Una cosa che colpisce del racconto di Silvano, che a me colpisce ogni volta che gliela sento dire, è quando dice che non gli è possibile dimenticare certi fatti, non può scordare gli occhi dei prigionieri appena gasati che doveva levare dalle camere per portarli nei forni. […]
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    La salute di chi?

    Partito Umanista – 12 maggio 2012

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    Il progetto del ministero della Salute che intende cambiare le modalità con cui i cittadini dovrebbero pagare le prestazioni sanitarie presenta due caratteristiche: non ci meraviglia e non ci piace affatto.
    Non è una rivoluzione, come si vorrebbe far credere, ma, al contrario, risulta in piena continuità con le politiche degli ultimi governi, che hanno preso di mira la sanità per cancellare pian piano il fondamentale diritto alla salute di tutti.

    Il sistema previsto dall’attuale ministero è tanto semplice quanto perverso: i ticket scompaiono e tutti pagano interamente le prestazioni di cui hanno bisogno per curarsi fino ad una certa quota, decisa in base al reddito, superata la quale lo Stato paga le prestazioni successive.
    Certo, i ticket sarebbero dovuto scomparire comunque, secondo il nostro punto di vista, ma non sostituiti da un altro modo di pagare ciò che non andrebbe pagato, cioè il diritto alla salute. Altrimenti perché dovremmo pagare le tasse se non ci viene nemmeno assicurata la possibilità di curarci quando ci ammaliamo?
    Se i soldi provenienti dalla fiscalità non bastano per rispondere alla necessità primarie dei cittadini, la soluzione non è far pagare loro due volte, una volta con le tasse e l’altra con il ticket o con la franchigia con cui ora il governo vuole sostituire i ticket. La soluzione sta nell’evitare gli enormi sprechi che la sanità pubblica continua a pagare per soddisfare gli interessi privati di chi specula sulla salute dei cittadini.
    Poteva mai mancare, inoltre, l’ennesimo vantaggio economico che deriverebbe per la sanità privata da questa proposta? Perché, per esempio, un pensionato che deve urgentemente eseguire un esame diagnostico si dovrebbe rivolgere alla sua ASL, dove potrebbe attendere anche mesi prima di eseguire quell’esame, se può, allo stesso prezzo, rivolgersi ad una struttura privata aspettando solo qualche giorno? Fino a quando sarà costretto a pagare per intero le prestazioni di cui ha bisogno, cioè fino a quando non raggiungerà il limite massimo della sua franchigia, si rivolgerà alla sanità privata, la quale vedrà come d’incanto scoppiare di soldi i propri portafogli già belli gonfi.

    No, non ci siamo proprio. Per noi la repubblica italiana ha un obbligo fondamentale: tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, nel rispetto della dignità della persona umana. Un servizio sanitario deve espletare le sue funzioni e le sue attività al fine di promuovere, mantenere e recuperare la salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio.
    Non siamo noi a dirlo, ma l’articolo 1 della legge che ha istituito nel 1978 il Servizio Sanitario Nazionale e che aveva quattro principi informatori, questi sì rivoluzionari rispetto al passato: la globalità delle prestazioni, l’eguaglianza di trattamento, l’universalità dei destinatari, il rispetto della dignità e della libertà della persona umana. Da molti anni è in corso l’azione di smantellamento di questo servizio e quest’ultima proposta del ministero della Salute va nella stessa direzione.
    Invitiamo sin da adesso a respingere questo nuovo attacco alla nostra salute e alla nostra dignità e a riformare il servizio sanitario al fine di recuperare i principi informatori dell’unica vera riforma sanitaria degna di questo nome, la legge 833 del 1978.

    La politica della presenza a se stessi

    Roma 6 maggio 2012 – di Carlo Olivieri

    Ormai l’instabilità e il disorientamento dominano la nostra società. Non poteva essere diversamente vista la velocità con cui il mondo sta mutando e visto, soprattutto, che le cose in cui si credeva fino a qualche anno fa non hanno più ragione di essere sostenute.
    La maggioranza delle persone si sente insicura e vulnerabile. Di fronte alle difficoltà sempre più spesso sorgono sentimenti come lo spavento, la tristezza o il senso di inutilità. Oggi, come non mai, abbiamo paura di perdere il lavoro o di non trovarlo mai, di restare senza soldi, di essere abbandonati. Tali esperienze affettive, proprio nell’attuale contesto storico-sociale, sono condivise da sempre più larghe fasce della popolazione. E il mondo della politica non ne è immune.

    Il caso dell’Italia rappresenta l’esempio paradigmatico di tale condizione. Le menzogne raccontate in vent’anni di berlusconismo non bastavano più a placare il senso di insicurezza dilagante ma, invece di cambiare la direzione e l’atteggiamento che avevano portato un ridicolo imbonitore al vertice del governo di questo paese, si è preferito continuare nella malsana ricerca di qualcosa che potesse, dal di fuori, placare il crescente disorientamento: il “tecnico”, l’esperto a cui delegare la ricerca della soluzione.
    Esistono ovviamente altre ragioni di natura più razionale, come quelle di ordine economico e politico, alla base di questa scelta, ma le decisioni e le azioni scaturiscono molto raramente da motivi razionali e consapevoli. I comportamenti umani sono molto più spesso dettati da bisogni non sempre avvertiti e che non raramente ci si rifiuta di ammettere. Può un politico ammettere, per esempio, che la sua scelta sia stata dettata dal senso d’instabilità piuttosto che da attente e lucide considerazioni sull’attuale situazione sociale e politica? Non lo farebbe mai pur di salvaguardare la propria immagine, ma forse risulterebbe più sincero e, una volta tanto, più credibile.
    In altre parole, la scelta di chiamare dei tecnici a governare questo paese è in perfetta linea col sentire comune. Esiste un esperto per tutto, ormai: un esperto che si occupa del nostro corpo, della nostra anima, del tempo libero, dell’alimentazione, dei figli come degli animali domestici. Ogni piccolo momento della nostra vita potrebbe essere occupato da un tecnico che ci dice come vivere al meglio quel dato momento. Se questo è il clima generale, come poteva non essere chiamato un tecnico per risolvere una situazione così difficile come la condizione economico-finanziaria di un paese sull’orlo del fallimento come il nostro?

    Fatto sta che, purtroppo, la rotta non è cambiata. L’aumento dei suicidi di lavoratori e di piccoli imprenditori è il sintomo più evidente che il senso di sicurezza che il governo Monti, il “tecnico” di turno, sembrava aver dato è solo fittizio. La natura effimera di queste manovre politiche nascono da una mancanza sostanziale che ancora in molti si ostinano a non voler vedere.
    Come si può pretendere, cioè, di trovare la soluzione di problemi di grande complessità senza innescare una sincera ricerca su quali siano i bisogni, non solo esteriori ma anche interiori, dei componenti della società che vive tali problemi?
    Ecco che cosa manca: la consapevolezza delle cose reali, la saggia umiltà della presenza a se stessi. Si preferisce ancora soccombere alle apparenze, all’illusione di fare buona figura a livello internazionale, all’impulso di correre dietro a ciò che può placare il senso di insicurezza e di disorientamento, invece di guardare finalmente le cose così come realmente stanno e di tenere a mente l’interconnessione tra tutti noi dando origine a motivazioni più ampie.
    Si preferisce continuare ad essere influenzati da alleanze politiche, dagli interessi di questa o di quella lobby o, più semplicemente, dai propri meri interessi personali, invece di innescare un processo politico nuovo, più consapevole, sostenuto da una ricerca intelligente che affianchi la dedizione al “bene comune”, ossia il benessere di ogni individuo come dell’intera società.
    Si preferisce, infine, continuare a distorcere o addirittura negare lo stato delle cose, il che equivale alla pratica della dissimulazione o della vera e propria menzogna, invece di cominciare ad osservare la propria contrazione mentale e di abbandonarsi, finalmente e fino in fondo, al potere dell’onestà e della sincerità.

    Ecco, quindi, apparire nuovi fronti di lotta politica: tra chi, mosso solo dai propri interessi personali e quindi già fuori di sé, continua ad aggredire chiunque rappresenti un ostacolo alla soddisfazione di tali interessi, e chi, presente a se stesso, non perde in equanimità e chiarezza e risponde primariamente alla propria dedizione al bene comune.
    Si tratta di due processi completamente diversi, che procedono con passi diversi verso direzioni diametralmente opposte e il futuro dell’umanità ha già scelto da che parte stare.

    Abbiamo già dato …ora tocca a voi

    Ma cos’è questa crisi ?
    Ci chiedono continuamente di stringere la cinghia, bisogna salvare l’Italia, ma noi chi ci salva, ma non vedono che la gente non ce la fa più, solo oggi si sono suicidate altre due persone rimasti senza lavoro, la gente va in crisi, gli atti violenti e insulsi si sommano giorno dopo giorno, il lavoro non si trova, addirittura molti rinunciano a cercarlo ( cosa ancor peggiore ).
    I cittadini cobbarcati dalle tasse, aumenti esponenziali, non arriviamo neanche a metà mese ,ma non capiscono che i limoni una volta spremuti non danno più nulla ,e noi non siamo limoni ma esseri umani.
    Dall’ altra parte chi troviamo ?
    Troviamo chi ci chiede sempre più, ma se a loro chiediamo di ridursi lo stipendi, pensioni d’oro, o altro ……..cosa fanno ? si arroccano , fanno cerchio e a fanno ? vivono in un altro mondo, o fanno finta? della serie : ci sono o ci fanno? hanno tenori di vita improponibili, benefit, potere, e se gli chiediamo loro un pò di equità, hanno tante belle parole ma niente di più, ormai sono in un altro mondo, ma sta a noi farli scendere dal piedistallo su cui sono stati messi ( la maggior parte proprio da noi ).
    Riappropriamoci della politica, quella vera , che pare dal basso , perchè chi meglio di noi semplici cittadini conosce di cosa ha bisogno il paese , NOI.

    Luca Pecchioli

    I nodi al pettine: perché la crisi e come uscirne

    Ci dispiace, ma siamo costretti a smentire tutti coloro che credono e affermano che la crisi economica attuale sia iniziata nel 2008.
    La crisi attuale è il frutto di un lento ma inesorabile processo iniziato diversi decenni fa. Un processo che ha costruito una struttura con materiale difettoso, destinata, proprio per questo, a non reggere, perché se le fondamenta sono costituite da materiale non solido, il difetto poi si moltiplica e il futuro, cioè oggi, non potrà che vedere il crollo inevitabile di tale struttura.
    Già durante la prima crisi economica del dopoguerra, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ‘70, era sufficientemente evidente che quella che sembrava esserne la causa, cioè l’inflazione, era solo uno strumento in mano al grande capitale per mettere in discussione gli accordi conclusi precedentemente, accordi che avevano acquietato i rapporti sociali tra il lavoro e il capitale. Tali accordi si erano basati su una falsa credenza: che il grande capitale si sarebbe accontentato della concessione dei lavoratori al mantenimento dell’economia di mercato e della proprietà privata dei mezzi di produzione, in cambio di una politica apparentemente democratica che garantiva protezione sociale e un progressivo miglioramento della qualità di vita.

    Ecco il primo passo falso, il primo pilastro difettoso di una costruzione di cui ora, a distanza di decenni, stiamo vedendo l’inevitabile decadenza. Tutte le successive innumerevoli azioni dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali hanno seguito, più o meno acriticamente, le orme di quel “peccato originale”: il mondo del lavoro, invece di mettere in discussione, al fine di trasformarle, le strutture di un sistema che dava origine ai danni che provocava, si accontentava di denunciarlo, per poi, però, accontentarsi di qualche aumento di stipendio e di qualche garanzia sociale in più.
    Si è trattato, in altre parole, di una vera e propria sottomissione ai dettami del grande capitale, in nome di poche briciole di benessere che sarebbero diventate sempre più esigue e illusorie. Qui le responsabilità della sinistra e dei sindacati sono state di dimensioni enormi.
    Infatti, sotto la spinta dei mercati, formidabili strumenti in mano ad un grande capitale tutto dedito alla speculazione finanziaria, i governi di tutto il mondo capitalistico, nel corso dei successivi decenni e manovra dopo manovra, hanno inferto duri colpi anche a quelle poche conquiste che i lavoratori avevano raggiunto dal dopoguerra fino alla redazione dello Statuto dei lavoratori.
    Gli effetti di questo processo sono oggi sotto gli occhi di tutti, ma non è detto che gli occhi siano aperti.
    Infatti, ancora oggi ci troviamo di fronte ad una sinistra politica che non riesce a capire che non ha speranze se continua ad avere progetti politici che, nel migliore dei casi, sono buoni soltanto per alleviare i mali procurati da strutture che andrebbero radicalmente trasformate. Ancora oggi abbiamo sindacati che, nella maggioranza dei casi, non propongono più nulla, ma sanno solo mettersi in trincea per difendere quel poco che c’è ancora da difendere, perdendo, ovviamente, ogni volta. E così sarà, per esempio, anche con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: non basta cercare di difenderlo ma bisogna implementare la copartecipazione dei lavoratori nella gestione e direzione delle aziende.

    Ecco, quindi, che i nodi sono arrivati al pettine. Chi, nonostante tutto, non vuole vederli, non merita più alcuna fiducia da parte del popolo. Chi, nonostante sia così palese, non vuol vedere che il processo iniziato tanti anni fa è arrivato al capolinea, sta contribuendo allo sfacelo.

    Ora è giunto il momento di iniziare un nuovo processo e non è detto che chi farà i primi passi sia già maggioranza. Non si tratta più di denunciare, ma di trasformare, e per fare questo non si può non iniziare, come possiamo leggere nel Documento del Movimento Umanista, dal porre “al primo posto la questione del lavoro rispetto al grande capitale; la questione della democrazia reale rispetto alla democrazia formale; la questione del decentramento rispetto alla discriminazione; la questione della libertà rispetto all’oppressione; la questione del senso della vita rispetto alla rassegnazione, alla complicità e all’assurdo”.

    I DISSERVIZI CORRONO …….

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    APPELLO PER NAPOLI:TRATTIAMO GLI ALTRI COME VORREMMO ESSERE TRATTATI

    Sembra che una cappa di egoismo e di indifferenza sia calata negli ultimi anni sul nostro paese. C’è una città, Napoli, che sta correndo il rischio di diventare un enorme cassonetto di rifiuti, con rischi enormi per la salute dei suoi abitanti. Risulta abbastanza evidente che Napoli da sola non ce la fa.
    Enormi sono le responsabilità politiche che si sono accumulate nel tempo e su questo è necessario che si faccia luce al più presto. Altrettanto devastante è l’effetto dell’azione della criminalità organizzata su questa città. La somma di questi fattori, spesso conniventi tra di loro, ha prodotto la grave situazione attuale e le tonnellate di rifiuti sotto le quali Napoli sta affogando rappresentano, anche simbolicamente, tale situazione.
    Dalle cronache politiche riportate dai mezzi di comunicazione sembra che di fronte a questo disastro alcuni esponenti politici, pensando di parlare a nome di tutto il Nord del paese, stiano facendo bella mostra di tutto l’egoismo e di tutta l’indifferenza di cui un essere umano può essere capace. Dai vertici della Lega Nord, infatti, sono arrivate affermazioni tipo: “niente rifiuti “speciali” nelle regioni del Nord”, oppure, a proposito di un eventuale decreto governativo, il governo “proclami lo stato d’emergenza e risolva in Campania un problema che è solo dei napoletani”.

    Chi scrive ha vissuto a Napoli per i primi 30 anni della propria vita e sa benissimo che queste sciagurate affermazioni non corrispondono al pensiero della maggioranza dei cittadini italiani che abitano nelle regioni settentrionali del nostro paese.
    Chi scrive è anche medico e conosce quali potrebbero essere gli effetti devastanti di questa situazione sulla salute dei cittadini napoletani.

    Chi scrive vuole fare un appello:
    Queste divisioni tra nord e sud del nostro paese fanno parte di un passato ormai molto remoto, che non ha più alcuna corrispondenza nelle coscienze della grande maggioranza degli italiani. C’è chi, purtroppo, si arroga il diritto di parlare a nome del Nord o del Sud.
    Il mio appello si rivolge a tutti, indipendentemente da dove vivano o lavorino. Soprattutto è un appello alla solidarietà. Ogni città o comune del nostro paese potrebbe trovarsi in una situazione estremamente difficile, come quella che adesso sta vivendo Napoli. Ogni città o comune del nostro paese, però, è abitato da molte persone che non penserebbero mai che tutti i problemi possano essere risolti in completo isolamento da tutti gli altri.

    Il mio appello si basa su un principio che tutti ben conosciamo:
    “tratta gli altri come vorresti essere trattato”.

    Nel caso di Napoli, ripudiamo pubblicamente le parole di chi vuole dividerci e pretendiamo che nessuno parli in nome nostro se proclama parole basate sull’egoismo. Oggi Napoli è in difficoltà e noi pretendiamo che chi ha responsabilità di governo nazionale e locale si mobiliti per salvarla.

    Tutti insieme possiamo zittire tutti coloro che fanno dell’egoismo e dell’indifferenza la loro bandiera. Riprendiamoci il nostro paese e liberiamolo da questa cappa asfissiante.
    Noi, tutti, ci meritiamo molto di più.

    Carlo Olivieri
    medico e umanista

    La guerra in Libia e le contraddizioni del sistema


    Il Partito Umanista è contrario a qualsiasi tipo di occupazione da parte di forze straniere di un nuovo territorio, è contrario a qualsiasi attacco militare. E’ favorevole all’appoggio della comunità internazionale alle popolazioni libiche che verrebbero altrimenti in gran parte massacrate. Le alternative all’intervento militare ci sono: appoggiamo proposte come l’invio di osservatori internazionali dell’Onu, l’immediato soccorso alle popolazioni bisognose, la creazione di un efficace strumento di mediazione tra le parti in conflitto, l’istituzione di corpi civili di pace e il rendere veramente efficace un Tribunale internazionale che sia in grado di processare chiunque si renda responsabile di genocidi o crimini di guerra.

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    Fra vizi privati e virtù pubbliche

    Senza sforzarci più di tanto, per rimanere obiettivi di fronte agli attuali scenari sociali e politici che, sembrano appartenere sempre di più ad un Decamerone rivisitato e modernizzato…credo che un senso di inquietudine, e di sana ribellione interiore possa trovare una sua giustificazione.
    C’è da chiedersi, se sia necessario attendere un ipotetico cataclisma biblico per riconquistare la moralità nella sua accezzione più profonda…
    Indubbiamente, i mezzi di informazione di cui dispone la nostra società, spesso, lasciano passare un messaggio fuorviante dai veri contenuti che stanno alla base della realtà del giusto pensare. Se partiamo poi, dall’assistere ad una spettacolarizzazione del dolore privato, e arriviamo alla cultura del voyerismo come presunta indagine conoscitiva, perdiamo la capacità di comprendere la natura umana con le sue peculiarità.
    E’ certo che il modello del “tutto e subito”, radicato, purtroppo, nei meccanismi fondanti la società moderna, non può rappresentare un valido stimolo per la crescita intellettuale e morale dei giovani. Né tantomeno, può costituire il terreno favorevole alla nascita e all’affermazione di un ideale di vita basato sul rispetto dell’altro.
    Forse, l’alba di un nuovo giorno non sarà così lontana se la partecipazione collettiva alla vita politica andrà oltre certi indottrinamenti di dubbia moralità, che ogni giorno vengono partoriti dalla mente di qualche pseudo paladino dei diritti degli ultimi, o dispensatore di formule magiche per far quadrare i bilanci a discapito di coloro che, nonostante tutto, riescono a non confondere l’onestà con l’inganno.
    Voglio sperare che “ il bel Paese “, sia considerato tale, non solo per la sua splendida posizione geografica, ma anche per la qualità delle risorse umane capaci di rendersi consapevoli che un’uscita di sicurezza alla fine deve pur esserci anche se, probabilmente , siamo ancora un po’ troppo distratti dal rincorrere facili mete, per poterla imboccare.

    Elisabetta Giromella