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Limiti della strategia contro gli F-35

Scritto da: Angelo Baracca ( Professore di Fisica dell’ università di Firenze, scrittore scientifico specializzato sulla questione nucleare, attivista pacifista ed ecologista, scrive su Pressenza sulla questione nucleare).

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Sono ovviamente assolutamente d’accordo con il rilancio della vertenza per fermare la follia dell’acquisto degli F35 da parte del governo italiano. Sugli F35 continuano a piovere critiche da tutte le parti, ultime appunto quelle più autorevoli in assoluto da parte del Pentagno. Tuttavia penso che la strategia impostata e seguita in questa campagna contro gli F35 abbia una lacuna di fondo, che cercherò di esporre sinteticamente.
Vi è infatti un altro problema, molto grave, che purtroppo non è stato sollevato dagli oppositori dell’acquisto degli F35: si tratta del problema delle testate nucleari tattiche statunitensi a gravità schierate in Europa, ed in particolare in Italia (sarebbero un’ottantina, suddivise tra le basi militari americana di Aviano ed italiana di Ghedi Torre).
Qual è il legame tra i due problemi? Quelle testate nucleari sono il residuo di un arsenale molti più consistente, che dopo la fine dalla Guerra Fredda era stato drasticamente ridotto, e negli ultimi anni ha subito un’ulteriore riduzione (da circa 480 valutate 10 anni fa, a circa 180 valutate oggi), che sembrava preludere al loro definitivo ritiro (e, auspicabile, smantellamento) Tra l’altro, cinque paesi europei della NATO, tra cui la Germania, si sono espressi in termini espliciti in questo senso (l’Italia ovviamente brilla per il suo silenzio!).
Senonchè … L’Amministrazione del Premio Nobel per la Pace Obama ha deciso a sorpresa di effettuare un sostanziale ammodernamento di queste testate, per la modica spesa di 10 miliardi di dollari: progetto che ovviamente fa pensare che gli USA non abbiano la minima intenzione di ritirare queste testate ed anzi facciano un assegnamento su di esse nella loro strategia militare.
Ora, guarda caso, l’F35 è progettato con capacità nucleare! C’è un nesso tra queste due cose? Non è facile saperlo con certezza: ma pechè i sostenitori della (sacrosanta) campagna contro l’acquisto degli F35 (in Parlamento e nella società civile) non colgono questa occasione per rilanciare anche il problema – ignorato da tutta la nostra classe politica, di tutti i colori!) della presenza delle testate nucleari in Italia e in Europa?
Almeno un fatto è certo, ma non mi risulta che nessuno lo abbia richiamato. La Germania – che, appunto, si è dichiara ufficialmente per il ritiro di queste testate nucleari (sul suo territorio ne rimarrebbero una ventina) – non acquista l’F35, ma l’Eurofighter che non è progettato con capacità nucleare! Sarà solo un caso? Non lo so.
Sia chiaro, io non “preferisco” l’Eurofighter all’F35, sono entrambi strumenti di guerra e di morte. Ma, per lo meno, perchè non cogliere l’occasione per riportare all’attenzione dell’opinione pubblica e della classe politica (entrambe molto “distratte”) il problema dell’Italia paese nucleare, in violazione del Trattato di Non Proliferazione, e del disarmno nucleare, a partire dall’eliminazione di questi residuati bellici della Guerra Fredda?

Il “modello Kosovo”: un motivo in più per contrastare i piani di guerra in Siria

Scritto da: Olivier Turquet

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La recente evocazione del “modello Kosovo” da parte degli Stati Uniti come “modello” per una sempre più incombente campagna di guerra contro la Siria non intende concretizzare semplicemente una “opzione militare” (come la gran parte degli analisti tende a ritenere) bensì vuole rappresentare un vero e proprio “disegno strategico”: quello di una aggressione militare, fondata sugli interessi nazionali e la propensione imperialistica del sistema statunitense e mirata ad un “cambio di regime” in Siria, nell’ottica di un nuovo “Medio Oriente” da plasmare ad uso e consumo degli interessi e della presenza strategica degli Stati Uniti e dei loro alleati nell’area. Ritenere il “modello Kosovo” semplicemente alla stregua di una opzione militare tra le tante a disposizione degli Stati Uniti significa infatti negare alla guerra del Kosovo quel carattere, al tempo stesso paradigmatico e costituente, da essa assunto anche nei piani del Dipartimento di Stato e della NATO.

La complessità della guerra del Kosovo, con il suo lungo dopo-guerra, può essere riassunta in almeno tre fattori:

a) il carattere “costituente” della campagna militare dell’Alleanza Atlantica per il ridisegno dello scenario regionale, l’assestamento della competizione strategica con Russia e Cina e l’insediamento di un vero e proprio protettorato strategico (di ordine politico e militare come dimostra l’installazione della base di Camp Bondsteel) nel cuore dell’Europa e della UE, a crocevia di ragioni geopolitiche e di interessi economici,

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b) la mortificazione del ruolo dell’ONU, tenuta ai margini del processo decisionale di legittimazione internazionale dell’iniziativa militare, chiamata di conseguenza ad intervenire solo ex-post, con una sorta di legittimazione spuria ed un rinnovato impegno nella ricostruzione civile di ordine non militare (UNMIK),

c) la conferma del carattere etno-politico delle cosiddette nuove guerre (M. Kaldor) con tutto ciò che questo significa in termini di strumentalizzazione politica della questione etnica e religiosa, frammentazione delle composizioni multi-nazionali e multi-confessionali, successo dell’aberrante principio di “Stato della Nazione”.

No agli F35 – Intervento al Consiglio Comunale di Milano del 22 luglio

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DA Pressenza Italia

Signor Presidente, giorni fa ho presentato una mozione relativa all’acquisto, da parte del governo italiano, dei cacciabombardieri F35.

Poiché, come ha ricordato il consigliere Calise nell’ultimo consiglio, è molto difficile poter discutere in aula delle mozioni visto che, per regolamento, hanno la precedenza le delibere di giunta, mi vedo costretta ad usufruire di questi 5 minuti per manifestare il mio pensiero, che so condiviso da molti consiglieri e consigliere.

Purtroppo il Senato ha approvato pochi giorni fa l’acquisto di 90 F35 per una spesa iniziale compresa tra i 13 e i 17 miliardi di euro.

Contro il programma dei caccia F35 nei mesi scorsi c’è stata una grande mobilitazione popolare che ha visto la sottoscrizione da parte di oltre trecentomila cittadini/e (in pochissimi giorni) di una richiesta per sospendere un acquisto che oltre ad andare contro l’articolo 11 della Costituzione (verranno acquistati caccia bombardieri che in tutta evidenza NON hanno una funzione difensiva) si dimostra del tutto irresponsabile nei confronti di un paese in piena crisi economica.

Solo pochi giorni fa sono stati comunicati i dati allarmanti degli italiani che si trovano sotto la soglia di sopravvivenza: secondo l’Istat sono oltre nove milioni e mezzo i poveri nel nostro paese.

La disoccupazione, in particolare giovanile ma non solo (sta crescendo anche quella delle donne e dei perdenti lavoro ultra cinquantenni) è allarmante.

Un governo che taglia i fondi agli enti locali (e noi ne sappiamo qualcosa) che taglia le pensioni, le prestazioni sanitarie, i fondi per la scuola e la cultura, che non finanzia il riordino idrogeologico del territorio o la ristrutturazione degli edifici scolastici, si permette di investire 14 miliardi di euro per un programma messo in discussione da moli altri paesi.

La Germania ed il Canada ci hanno rinunciato. La Gran Bretagna ne ha ridotto il numero: da 130 a 20. Danimarca, Australia, Turchia hanno sospeso il programma.

Con il costo di un solo caccia bombardiere F35 (circa 130 milioni di euro) si potrebbero costruire 387 asili nido e i relativi circa 3.500 posti di lavoro, oppure mettere in sicurezza 258 scuole o aiutare 14.742 famiglie con disabili anziani.

Questo consiglio comunale si è già espresso per la riduzione dei caccia bombardieri. Spero che Lei Signor Presidente si faccia tramite verso il Presidente del Consiglio e il Parlamento di questa denuncia.

E’ vero che i parlamentari che hanno votato a favore di questi strumenti di distruzione e di morte lo hanno fatto in maniera legale, ma gran parte dei cittadini e delle cittadine pensano che la loro votazione sia illegittima, sì perché molti dei votanti erano stati eletti su un programma politico che prevedeva la sospensione degli F35 e poi perché la loro decisione oltre a non rispettare la volontà degli italiani va assolutamente contro la nostra Costituzione che, fino a prova contraria, deve essere la base di ogni atto parlamentare.

L’agendina di Monti

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Più se ne parla, più la cosiddetta “agenda” elettorale di Mario Monti appare, nei contenuti, di dimensione microscopiche di fronte alla situazione critica che l’Italia sta vivendo.
Molti sono gli esempi che si potrebbero fare, ma è sufficiente farne solo uno per dimostrare quanto detto: l’istruzione. La formazione scolastica e universitaria rappresenta un capitolo talmente fondamentale per lo sviluppo di un paese che basta e avanza per dimostrare la piccineria del progetto politico di Monti & Co.
Nel manifesto di tale progetto è scritto a chiare lettere che l’istruzione e la formazione sono “le chiavi per far ripartire il Paese”. Quando si tratta di fare solenni proclamazioni da usare in campagna elettorale tutti riconoscono la centralità dell’istruzione e della sanità per lo sviluppo di una nazione. Ma puntualmente, quando si passa ai fatti, quelle proclamazioni si rivelano solo delle menzogne.
Quali sono questi fatti? Due soli numeri bastano per scoprire le bugie: 223 milioni e 300 milioni. 223 milioni sono gli euro che sono stati stanziati dal governo per le scuole private; 300 milioni sono gli euro sottratti ai Fondi di Finanziamento Ordinario della formazione pubblica.

Come dire: abbattere definitivamente la scuola pubblica e investire nell’istruzione privata.
A questo punto sorge spontanea una domanda: ma a quale secolo si riferisce l’agenda dell’ex capo di governo? Quanti decenni, se non secoli, sono passati da quando l’istruzione, proprio perché affidata ad istituzioni private, era un privilegio delle classi sociali più ricche, mentre gran parte del popolo affogava nell’analfabetismo?
Se a tutto questo si aggiunge poi la dichiarata affinità di idee di Monti con la cosiddetta riforma del peggior ministro dell’istruzione della repubblica italiana che risponde al nome di Gelmini, il quadro dovrebbe risultare ormai abbastanza chiaro a tutti coloro che godono del senso della vista e che non hanno rinunciato ancora ad usarlo.
Conclusione: agendine come queste non ci servono. Ne abbiamo viste già abbastanza.
I progetti di rinnovamento sono ben altro. Il passato non va ripetuto, ma solo consultato per non fare gli stessi errori di sempre.

ART. 11 – GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA NONVIOLENZA A PISTOIA ( articolo Nazione 1/10/2012)

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“Per un’altra Pistoia” si presenta : Acqua, asili, beni comuni tutte le priorità della lista

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PISTOIA. Il panorama elettorale si arricchisce di un altro nome: è quello di Enrico Guastini, dottorando in Scienze forestali all’università di Firenze, candidato a sindaco della lista civica ecologista “Per un’altra Pistoia”. Ieri mattina, davanti alla nuova Cattedrale, è stata presentata la sua candidatura.

«La scelta di indire la conferenza stampa proprio di fronte alla Cattedrale è dovuta al fatto che – spiegano i sostenitori di Guastini – secondo noi il nuovo quartiere San Giorgio si trova ad accogliere begli edifici come la biblioteca, completamente soffocati da altro cemento, senza neppure uno spazio verde».

Acqua, beni comuni, asili e servizi educativi, trasporti e mobilità pubblica, lavoro, sanità: questi alcuni dei temi centrali della lista.

«Il gruppo – spiega Guastini – è formato da tante persone provenienti da ambienti ed esperienze molto diverse tra loro: si va da persone che hanno o hanno avuto esperienze in alcuni partiti, come Verdi, Carc, Partito Umanista, fino a persone della società civile, comitati e associazioni.

La nostra caratteristica è che all’interno della lista contiamo tutti allo stesso modo. La figura del candidato c’è, perché è prevista per legge, ma a decidere non è una singola persona».

Della lista fanno parte anche Daniela Bernardi, Cristian Boeri, Sara Bonacchi, Marco Bruni, Giacomo Alarico Destro, Maria Grazia Frosini, Graziella Iovannisci, Franco Matteoni, Orietta Mendella, Roberta Murghi, Iacopo Notari, Luca Pecchioli, Giada Pratesi, Giovanni Puccio, Federico Sangiorgio, Silvano Santini, Mario Agostino Scognamiglio, Alessandro Sibaldi, Ledo Tosi, Lieto Tosi, Mariana Zanchi.

Marta Quilici

La Grecia siamo noi, fine di una democrazia

Dove sta la democrazia? In Grecia, nel paese che è stato la culla della democrazia, ora è impossibile protestare. Migliaia di greci il 12 febbraio sono scesi in piazza per protestare contro il piano economico che il governo stava promulgando e sono stati quasi subito attaccati dalle forze dell’ordine. Poi la solita minoranza di imbecilli violenti, che voleva appropriarsi della manifestazione, ha fatto il resto.
Dove sta la democrazia? Un intero continente, milioni di europei non contano nulla di fronte alle esigenze di bilancio dettate da un’altra minoranza di imbecilli, altrettanto violenti: le banche e gli speculatori.

Ma noi non staremo a guardare. Non è questa l’Europa che vogliamo.
La nostra aspirazione di un mondo senza più confini nazionali, in cui i popoli siano sempre più uniti verso una nazione umana universale non sarà offuscata da un manipolo di criminali che gestiscono l’economia mondiale.
Unione Europea: ma con quale coraggio si può ancora parlare di Unione se i governi di ogni paese europeo stanno pensando solo a salvare il proprio orticello, anche se questo potrebbe significare lo sfacelo degli altri? La parola “unione” ha un significato preciso: congiungimento, legame, ma anche armonia, solidarietà, accordo.
Nel preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea si legge: “Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia”.
Ebbene? Dove sta tutto questo nelle parole e nei diktat di politici come Merkel, Monti, Sarkozy, che si arrogano anche il diritto di parlare in nome dell’UE?

Sbattiamo in faccia a chi sta ordinando la distruzione della Grecia oggi e di altri paesi domani, le parole della carta dei diritti fondamentali. Se i fatti non corrispondono alle parole, l’unica azione coerente che potrebbero fare è quella di andarsene al più presto.

Noi, nel frattempo, non siamo disposti a rinunciare al nostro obiettivo: una nazione umana universale. E oggi noi gridiamo con più forza: l’Europa siamo noi!

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Sabato 18 febbraio 2012 a Milano il Partito Umanista, Mondo senza Guerre, La Comunità per lo sviluppo umano e Convergenza delle Culture organizzano un presidio in via Mercanti dalle ore 10.00 alle ore 13 (davanti alla Loggia dei Mercanti)

Vi invitiamo a partecipare, per dare forza al popolo greco e per dire no alla dittatura della finanza internazionale, che cerca di imporsi in Europa cancellando la sovranità dei governi e dei Parlamenti legittimamente eletti da noi.

Qui il testo dell’appello lanciato da http://realdemocracygr.wordpress.com/2012/02/15/saturday-18-international-solidarity/

SIAMO TUTTI GRECI! sabato 18 febbraio 2012 – giornata di mobilitazione internazionale

Il 12 Febbraio in Grecia il Parlamento ha approvato un nuovo pacchetto di misure di austerity, mostruoso e distruttivo, mentre centinaia di migliaia di persone manifestavano in modo nonviolento fuori dal Parlamento e venivano attaccate senza ragione dalla polizia con i gas lacrimogeni.

La Troika ((Commissione Europea, Banca Europea, Fondo Monetario Internazionale) ha imposto alla Grecia queste misure di austerity e un governo non eletto dal popolo, che le porti avanti riducendo il Paese alla fame, senza curarsi delle necessità delle persone e della loro legittima protesta. La democrazia è stata cancellata e si è instaurata la dittatura dei Mercati e della Finanza.

Fine della democrazia – Persone in cerca di una via d’uscita nonviolenta
(Comunicato Stampa di Mondo senza guerre Grecia – 2012/02/13)

Ieri eravamo presenti ad una delle più grandi manifestazioni degli ultimi 30 anni. Migliaia di persone si sono radunate nel primo pomeriggio a Piazza Syntagma affollando il centro della città. I nostri militanti erano presenti ad Atene e anche in diversi grandi città.

Per quanto riguarda Atene:
– condanniamo l’operazione di polizia che ha mirato a mantenere la folla il più lontano possibile da piazza Syntagma e dal Palazzo del Parlamento usando armi chimiche senza motivo;
– condanniamo tutte le azioni violente provocate da gruppi di violenti e la risposta dalla polizia. questa è la loro guerra, non la nostra;
– condanniamo la maggioranza all’interno del Parlamento che ha insistito nel votare il secondo Accordo (Mnimonio 2), nonostante ciò che stava accadendo al di fuori del Parlamento;
– condanniamo la distorsione della realtà da parte dei mass media tradizionali, che hanno riferito di 20,000-30,000 persone per le strade, mentre noi abbiamo assistito ad una enorme folla pacifica che ha resistito agli attacchi della polizia solamente rimanendo al proprio posto. Le stime più prudenti parlano di 700.000 persone.

COMUNICATO STAMPA. LE VILLE SBERTOLI DEVONO AVERE FINALITA’ SOCIALI NON PRIVATE

CONDIVIDIAMO LA PREOCCUPAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI E DEI CITTADINI SULLE SCELTE SBAGLIATE E CHE NON TENGONO IN CONTO DEL BENESSERE PUBBLICO.
Sembra che giorno dopo giorno stiano cercando di “privatizzare” le nostre vite a vantaggio di certi intressi nemmeno tanto celati, diminuendo sempre più il nostro potere decisionale, e non rispettando ciò che la gente vuole, ma più che altro agendo volontariamente contro il benessere dei cittadini

PARTITO UMANISTA PISTOIA

COMUNICATO STAMPA. LE VILLE SBERTOLI DEVONO AVERE FINALITA’ SOCIALI NON PRIVATE

E’ di oggi la notizia della previsione di destinare parte dell’area Ville Sbertoli, alla costruzione di un albergo.

Innanzitutto pensiamo che sia lecito domandarsi se la nostra città ha effettivamente bisogno di un’altra struttura alberghiera, oltretutto in una zona decentrata rispetto al centro storico ed anche molto dedicata.

Secondariamente noi avevamo capito, forse male, che tutta l’area sarebbe stata esclusivamente destinata a finalità sociali. Nel maggio 2009, sollecitati dal Comune, inviammo un breve e certamente non esaustivo pro-memoria con alcune nostre proposte in merito: oltre al parco pubblico ed agli spazi di arte contemporanea (che facessero perno intorno ai murales – spesso splendidi – lasciati dai pazienti del vecchio ospedale psichiatrico), proponemmo – riqualificando le attuali strutture – la destinazione di alcuni stabili a strutture ricettive per anziani, di cui la città ha certamente bisogno.

Chiedemmo (e chiediamo) in sostanza un’esclusiva finalità pubblica e sociale di tutta l’area, scevra da tentazioni speculative.

Approfittiamo di questa nota per richiamare anche altri punti critici della nostra città. Stiamo infatti assistendo ad un’ondata di cemento preoccupante. Sull’area che ospiterà il nuovo ospedale abbiamo già espresso in passato tutti i nostri dubbi, dubbi peraltro confermati da autorevolissimi tecnici e professionisti anche di recente a mezzo stampa. Inoltre, non si capisce bene che fine abbia fatto il concorso di idee che doveva portare alla realizzazione di un arboreto accanto all’ospedale.

Non solo : si stanno progettando parcheggi inutili ed invasivi come quello di San Bartolomeo in Pantano, dimenticandoci che, quando sarà operativo il nuovo ospedale, rimarrà libero quello attualmente a servizio dell’ospedale del Ceppo, in Via Matteotti.

Sono stati fatti pesanti tagli al COPIT che di fatto obbligano molti più cittadini (specie quelli dei paesi collinari e pedemontani) ad usare l’auto privata. Di verde francamente se ne vede ben poco, se non quello storico dei pochi parchi pubblici cittadini.

Bocciato il ponte di Messina

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L’Europa si accinge a cancellare i finanziamenti
Dopo aver annunciato tagli agli esigui finanziamenti della Tav Torino-Lione, l’Unione Europea si accinge a cancellare qualsiasi contributo alla costruzione di un’altra grande opera inutile, il ponte di Messina.
A settembre la decisione definitiva: all’attenzione della Commissione Europea c’è una proposta che ridefinisce i grandi corridoi per lo spostamento di uomini e merci.
La priorità non va più all’asse Berlino-Palermo (e dunque al ponte sullo Stretto), bensì a quello Helsinki-Valletta: dalla Finlandia si scende via terra fino a Bari, e poi si prosegue fino a Malta lungo un’”autostrada del mare”.
Non ci verso neanche una lacrima. Solo che, con la scusa del ponte, i politici hanno trovato il modo per cavare fior fior di quattrini dalle nostre tasche anche se il ponte non si fa.
La Corte dei Conti ha già demolito il ponte sullo Stretto, invitando ad approfondirne la fattibilità e sottolineando come si conta di far fronte al 60% dell’investimento necessario attraverso i pedaggi pagati dai veicoli: ma non è affatto certo, ha sottolineato la Corte, che il volume di traffico sia sufficiente per rientrare delle spese.
In teoria il costo del ponte sarebbe di 6,3 miliardi. In pratica si può calcolare il doppio o il triplo: di solito va a finire così per tutte le grandi opere.
Dettaglio non trascurabile, del ponte non c’è nemmeno un progetto definitivo approvato. Il consiglio d’amministrazione della Società Stretto di Messina (la cordata guidata da Impregilo assegnataria dell’opera) ha iniziato ad esaminarlo a fine giugno.
Non esiste nemmeno un progetto esecutivo per qualsivoglia opera ferroviaria collegata alla costruzione del ponte: o perlomeno, non esiste sul lato di Messina, come si sono sentiti dire pochi giorni fa i ferrovieri che protestavano per la chiusura della sezione messinese di Italfer, la divisione del gruppo Fs che si occupa delle opere e infrastrutture ferroviarie.
Eppure attorno al ponte che non esiste e probabilmente non esisterà mai sono già stati spesi 250 milioni circa, secondo i calcoli del Corriere della Sera. Inoltre la mancata costruzione comporterà il pagamento di centinaia di milioni di penale agli assegnatari dell’opera.
Soldi estratti dalle tasche di noi contribuenti. Ancora il male minore, secondo me, rispetto alla costruzione e al pagamento dell’opera.
Però si tratta di quattrini nostri che i nostri politici elargiscono alle grandi imprese in cambio di nulla. Ricordiamocene per favore: non solo al momento di andare a votare, ma anche quando qualcuno, nel nome del presunto “sviluppo”, tirerà fuori la prossima idea faraonica, assurda e soprattutto costosa.

Bolivia, ore decisive per l”Octubre Negro’

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    da peacereport

La Fiscalia boliviana chiede 25 anni di carcere per l’ex presidente Sanchez de Losada, accusato di genocidio per le morti dell”Octubre Negro’ 2003

E’ impossibile dimenticare ciò che accadde a cavallo fra settembre e ottobre del 2003 a El Alto, località non distante da La Paz, centro nevralgico dell’economia boliviana.

È difficile che i campesinos che abitano la città cancellino dalla loro mente quello che ancora oggi viene chiamato “Octubre Negro” (ottobre nero) un mese di proteste contadine culminato con la violenta repressione da parte dell’esercito boliviano.

Sul campo restarono i corpi senza vita di 67 persone, tutti contadini che tentavano di bloccare la strada al trasporto di gas boliviano verso gli Usa. Era l’ennesimo furto legalizzato dall’amministrazione statale boliviana complice delle multinazionali che sfruttavano popolo e risorse. Una questione vecchia come il mondo in Bolivia, che fortunatamente oggi sarebbe impossibile da immaginare.

Negli ospedali della zona arrivarono 400 feriti. Molti altri non ritennero opportuno recarsi al pronto soccorso. Tanta gente gridò al genocidio. La rabbia saliva ogni minuto che passava. La tensione fra esercito e popolazione era altissima, le uccisioni sommarie costrinsero alla fuga (negli Usa) l’allora presidente padrone Gonzalo Sanchez de Losada, conosciuto come Goni o peggio come “El Gringo”, e alcuni dei suoi fedelissimi ministri.

Oggi, sapremo qualcosa in più. Già un primo passo è stato fatto e i giudici del caso, Milton Mendoza e Mirna Aranciba, hanno considerato incostituzionale il dispiegamento dell’esercito per “reprimere le proteste con la scusa della presenza di gruppi guerriglieri e cospiratori”. Per queste ragioni sono state chieste pene non inferiori ai 25 anni di reclusione.

Alessandro Grandi