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Il Partito Umanista Internazionale ripudia il sopruso europeo nei confronti del governo boliviano

4 luglio 2013 –
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Davanti all’atteggiamento colonialista e imperialista dei paesi della Nato (diretti dagli Stati Uniti), che hanno bloccato il volo dell’aereo del governo boliviano, in cui viaggiava il presidente Evo Morales Aymá, il Partito Umanista Internazionale ripudia questo sopruso ed esprime la sua solidarietà al popolo e al governo dello stato plurinazionale boliviano e al suo presidente Evo Morales.
Il blocco dell’aereo presidenziale boliviano fa parte di una serie di provocazioni nei confronti dei paesi latinoamericani e dei Caraibi. Si tratta, come ha detto Morales, di un’aggressione all’America Latina. Il tentativo della polizia britannica di penetrare nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e quello di sequestrare la fregata «Libertad» (nave scuola della Marina argentina) sono i precedenti di queste provocazioni disegnate negli Stati Uniti ed eseguite docilmente dai loro alleati della Nato.
Qualsiasi aereo presidenziale gode dell’immunità assoluta in base al diritto consuetudinario, recepito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulle immunità giuridiche degli stati e dei loro beni (2004) e dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aia. Per questo la Bolivia ha denunciato all’ONU la Spagna, la Francia, l’Italia e il Portogallo, accusandoli di aver violato i “diritti fondamentali” di Evo Morales.

Partito Umanista Internazionale

DON GALLO UNO DI NOI

Diffondiamo il seguente comuncato stampa dei Cobas, condividendo appieno l’ammirazine per Don Gallo e rammaricardoci per la sua perdita, la pedità di un uomo che condivideva e applicava parole come UMANESIMO – PACE -NONVILENZA un uomo come ce ne vorrebbero a milioni

Partito Umanista Pistoia

Don Gallo è morto , ma in noi vivrà la sua umanità e il giusto protagonista che per tutta la vita si è dedicato all’accoglienza e alla rinascita dei diseredati e degli esclusi.

Dalla catechesi a ” Bella ciao” , la coerenza semplice di Don Gallo è stata disarmante anche per i suoi detrattori. Per noi , trovarcelo a fianco nella quotidianeità e nei momenti tragici che abbiamo vissuto in tanti anni è stato ” normale” : uno di noi , che parteggiava per il cambiamento, tra i costruttori della nuova società.

Addio Don Gallo hai seminato bene . Il raccolto è già testimoniato dal grande affetto che ti circonda e dalla partecipazione a rinnovare le relazioni umane e la politica, che le due dirette e colorite espressioni hanno stimolato.

Confederazione Cobas

Israele: l’obiettore di coscienza che vuole la pace

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Il 19 novembre 2012 il giovane israeliano di Haifa Natan Blanc, diciannove anni, si è presentato all’ufficio di leva dell’Esercito israeliano ed ha informato le autorità militari del suo rifiuto di indossare la divisa. E’ stato immediatamente imprigionato in un carcere militare per dieci giorni. Scaduti i dieci giorni è stato riportato al centro di reclutamento e ha rinnovato il suo rifiuto. Questo è avvenuto per sette volte, l’ultima il 26 febbraio, quando Natan si è rifiutato ancora di arruolarsi e gli sono stati inflitti altri 20 giorni di prigione. Il 20 marzo raggiungerà i 116 giorni di carcere.

Egli è sostenuto dal movimento “Yesh Gvul” ( “C’è un limite”), noto per aver praticato in passato le azioni individuali e collettive di rifiuto selettivo del servizio militare nei territori occupati da Israele fin dalla guerra in Libano nel 1982 e poi durante le due intifade del 1987-1993 e del 2000-2005. C’è bisogno che la notizia sia diffusa a livello internazionale e che le ambasciate israeliane sappiano che Natan gode di sostegno e solidarietà! Difficile praticare l’obiezione di coscienza in un paese che fin da quando si è costituito ha dovuto lottare per la sopravvivenza, ma queste azioni possono essere luci che cercano di rischiarare un percorso di contatti e solidarietà tra giovani israeliani e palestinesi e i giovani che ancora si stanno battendo in molti paesi arabi, in Egitto, Tunisia, Siria e in Iran per la libertà di espressione e di coscienza.

Ma ecco le parole di Natan:
Ho cominciato a pensare al rifiuto del servizio militare durante l’operazione “Piombo fuso” nel 2008. L’ondata di militarismo aggressivo che ha investito il mio paese, le espressioni di odio reciproco e gli sterili discorsi sulla repressione del terrorismo e la creazione di effetti deterrenti sono stati la prima molla che ha provocato in me il rifiuto.

Oggi, dopo quattro anni di terrore senza un processo politico di negoziati di pace e senza pace a Gaza e a Sderot, è chiaro che il governo Netanyahu, come prima Olmert, non è interessato a trovare una soluzione, ma a mantenere la situazione così com’è. Dal loro punto di vista non c’è nulla di sbagliato nell’operazione “Piombo fuso 2” e nel rifarla tre, quattro, cinque e sei volte. Così parleremo sempre di deterrenza, di terroristi ammazzati, delle vite di civili perdute e prepareremo il terreno per una generazione piena di odio da entrambe le parti.

Come rappresentanti del popolo i membri del governo eletto non hanno nessun impedimento a presentare la loro visione per il futuro del paese, a continuare con questa spirale di sangue senza che se ne veda una fine, ma noi come cittadini abbiamo il dovere morale di non partecipare a questo cinico gioco.

Questa è la ragione del mio rifiuto della leva militare.
Facciamogli sentire la nostra solidarietà scrivendogli a questo indirizzo:

Natan Blanc

MA 7571368

DZ 01860

Israel Defence Forces

Israel

Questo è il link che documenta le manifestazioni in suo favore:
http://www.yairgil.com/121215-atlit/

Elezioni in Belgio

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Balzo in avanti della Sinistra comunista in Belgio

Le elezioni amministrative in Belgio tenutesi lo scorso 14 ottobre, coinvolgendo circa 8 milioni di elettori, hanno configurato un quadro politico inedito, con qualche conferma e qualche sorpresa rispetto alle previsioni della vigilia. Per prima cosa l’insieme delle forze della sinistra comunista raddoppia il numero degli eletti rispetto allo scorso turno amministrativo e aumenta i consensi in ogni singolo comune dove ha presentato delle liste. La media nazionale si attesta intorno al 6% con punte che superano il 13% nelle zone di Liegi. L’artefice principale di questa avanzata è stato il PTB , il Partito del Lavoro del Belgio, che avanza più del previsto nel nord del paese e nei grandi centri urbani, come Liegi, Anversa e Bruxelles. Lo straordinario risultato nella zona fiamminga del paese da parte del PTB e’ ancora piu’ importante alla luce dell’avanzata dell’estrema destra dell’ NVA.
In ogni caso per la prima volta in Belgio la protesta proletaria va a sinistra. Per la prima volta in Vallonia, da 20 anni a oggi, i comunisti (PTB e gli altri pezzi della sinistra comunista) superano l’estrema destra. Come sappiamo in situazioni di crisi non è affatto scontato che la protesta si incanali verso la sinistra politica, anzi è vero spesso il contrario come dimostrato di recente in grecia con l’avanzare dei neonazisti di Alba Dorata.

Ma il sapiente e continuo lavoro di radicamento politico, lavoro di massa si sarebbe chiamato un tempo, sta cominciando a dare i suoi frutti. All’interno delle maggiori lotte sociali che stanno attraversando il Belgio, come la chiusura delle acciaierie della Arcelor Mittal, la sinistra comunista e sopratutto il PTB ne è un protagonista accanto ai lavoratori, ricevendo plausi e sostegno anche da larga parte delle centrali sindacali tradizionalmente molto vicine al partito socialista.

Laddove le forze della sinistra comunista si sono presentate in liste comuni con un unico simbolo il risultato é stato migliore della somma delle singole liste. Restano margini di miglioramento per una maggiore convergenza tra il variegato arcipelago comunista (di cui fanno parte oltre al PTB anche il Partito Comunista, alcuni raggruppamenti troschista e il Partito Umanista) sopratutto in alcune aree del sud del Belgio. Diciamo che l’unitá delle forze anti-capitaliste dimostra ancora una volta di essere visto come un fenomeno molto positivo da parte dei lavoratori e dei soggetti sociali piú deboli. Buono il risultato dei compagni del PRC e del PdCI candidati in diverse liste della sinistra, che conferma l’obiettivo delle forze che fanno parte della Federazione della Sinistra di incrementare il livello di cooperazione con i partiti belga, in modo da rappresentare in maniera piú adeguata e sistematica le esigenze della comunitá migrante italiana in Belgio.

Nelle Fiandre netto avanzamento della destra dell’NVA, partito nato solo sei anni fa con un chiaro programma di estrema destra sia in politica che in economia, separatista e xenofobo, purtroppo sostenuto dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione, che cresce e si impone pesantemente inglobando al suo interno molti personaggi di ispirazione neofascista che fino a ieri facevano riferimento al Vlaams Belang, un partito dichiaratamente neonazista.

Il partito Socialista francofono del premier Di Rupo pur soffrendo in alcune aree del paese non ha registrato il pesante calo pronosticato alla vigilia, anzi nelle sue aree storiche di radicamento del sud del Belgio registra anche qualche aumento dei consensi. Visto il buon risultato delle destre nel nord, da molti letto come una risposta alle politiche recessive e antisociali del governo DiRupo, si apre una fase di riequilibrio all’interno della coalizione di governo nazionale che riunisce quasi tutto lo schieramento politico belga in uno schema simili al governo Monti. Bene hanno fatto i verdi di Ecolo/Groen e i liberali. Una certa flessione è stata registrata in casa dei democristiani del CD&V. Il Partito dei Pirati ottiene un risultato inferiore al 2´%, recuperato sopratutto nei grandi centri urbani.

La netta avanzata delle forze della sinistra comunista, riconosciuta per forza di cose anche dai partiti maggiori e dalla stampa, apre uno scenario in cui, dopo circa un ventennio di marginalità, le forze a sinistra del partito socialista in un paese con forte tradizione socialdemocratica, stanno capitalizzando a livello elettorale il loro crescente radicamento sociale. Questo apre un ottimo orizzonte alla possibilità che la sinistra comunista belga torni a difendere i diritti dei lavoratori e dei soggetti investiti dalla crisi dagli scranni del parlamento nazionale alle prossime elezioni generali del 2014.

Riforma del lavoro: chiediamolo direttamente agli italiani che cosa ne pensano

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Eccone un altro.
Prima c’era Berlusconi che, coerentemente col suo atteggiamento megalomane e spaccone, parlava un giorno e l’altro pure a nome degli italiani. Ora anche l’attuale capo del governo, Mario Monti, afferma, in modo meno plateale ma non meno arrogante nella sostanza, che ha l’impressione che “la maggioranza degli italiani percepiscano questa riforma del lavoro come un passo necessario nell’interesse dei lavoratori” e che “nonostante alcuni giorni di declino recenti a causa della misure sul mercato del lavoro questo governo sta godendo di un alto consenso”.

Tutte affermazioni dal sapore, appunto, impressionistico che odorano, anche da lontano, di propaganda. Come tanto puntuali quanto pilotate appaiono le affermazioni della commissione UE: “L’Italia dovrebbe varare la riforma del lavoro rivedendo alcuni aspetti della legge sulla protezione dell’impiego e il suo frammentato sistema di sussidi alla disoccupazione” e, ancora, che il testo approvato dal governo “ha l’ambizione di affrontare le rigidità della protezione del lavoro”.

Noi non siamo così sicuri, come Monti, che la maggioranza degli italiani sia d’accordo con le misure previste nel disegno di legge del governo sul mercato del lavoro.
Pensiamo, diversamente dal primo ministro, che sia il suo governo, come i partiti che lo appoggiano, a non essere pronti per questo paese e non il contrario, come ha avuto l’arroganza di affermare qualche giorno fa come se non facesse parte del paese, ma come se fosse un marziano chiamato a mettere a posto le malefatte degli italiani.

Infine, noi crediamo che nessuno può parlare a nome di tutto un popolo. Nonostante siano passati da molti anni quei tempi in cui popoli interi obbedivano a leader incontrastati, ci troviamo al governo e in parlamento ancora molte persone che credono che quel paesaggio sociale e politico in cui sono cresciuti sia ancora attuale. Non se ne sono accorti, ma le persone, i cittadini, i popoli nel frattempo sono cambiati, si sono evoluti.

Perché non lo chiediamo direttamente agli italiani che cosa pensano della riforma del lavoro varata dal governo, invece di fare, senza che nessuno lo abbia chiesto, affermazioni in nome di un popolo?
Di chi dovrebbe essere, secondo la Costituzione, la sovranità in questa Repubblica?

“Per un’altra Pistoia” si presenta : Acqua, asili, beni comuni tutte le priorità della lista

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PISTOIA. Il panorama elettorale si arricchisce di un altro nome: è quello di Enrico Guastini, dottorando in Scienze forestali all’università di Firenze, candidato a sindaco della lista civica ecologista “Per un’altra Pistoia”. Ieri mattina, davanti alla nuova Cattedrale, è stata presentata la sua candidatura.

«La scelta di indire la conferenza stampa proprio di fronte alla Cattedrale è dovuta al fatto che – spiegano i sostenitori di Guastini – secondo noi il nuovo quartiere San Giorgio si trova ad accogliere begli edifici come la biblioteca, completamente soffocati da altro cemento, senza neppure uno spazio verde».

Acqua, beni comuni, asili e servizi educativi, trasporti e mobilità pubblica, lavoro, sanità: questi alcuni dei temi centrali della lista.

«Il gruppo – spiega Guastini – è formato da tante persone provenienti da ambienti ed esperienze molto diverse tra loro: si va da persone che hanno o hanno avuto esperienze in alcuni partiti, come Verdi, Carc, Partito Umanista, fino a persone della società civile, comitati e associazioni.

La nostra caratteristica è che all’interno della lista contiamo tutti allo stesso modo. La figura del candidato c’è, perché è prevista per legge, ma a decidere non è una singola persona».

Della lista fanno parte anche Daniela Bernardi, Cristian Boeri, Sara Bonacchi, Marco Bruni, Giacomo Alarico Destro, Maria Grazia Frosini, Graziella Iovannisci, Franco Matteoni, Orietta Mendella, Roberta Murghi, Iacopo Notari, Luca Pecchioli, Giada Pratesi, Giovanni Puccio, Federico Sangiorgio, Silvano Santini, Mario Agostino Scognamiglio, Alessandro Sibaldi, Ledo Tosi, Lieto Tosi, Mariana Zanchi.

Marta Quilici

Attentato a Oslo

L’equipe coordinatrice della Federazione dei Partiti Umanisti ha rilasciato una dichiarazione che “condanna il doppio attentato di Oslo considerandolo un attacco contro tutta l’umanità.”

“I nostri pensieri sono verso la popolazione civile, permanentemente vittima di violenze, la corsa agli armamenti e la guerra tra fazioni che antepongono i propri interessi particolari ai valori che la civilizzazione, nel suo evolversi, sta laboriosamente sviluppando”.

“Non importano l’ideologia o le presunte” ragioni di chi o coloro che hanno causato questa catastrofe, ciò che è importante capire è che la violenza genererà meccanicamente reazioni violente in una spirale di distruzione. Questo circuito è un ciclo di azione-reazione senza uscita che può essere interrotto solo con l’intenzionalità umana “.

“Esprimiamo il nostro rammarico per la perdita di vite umane e un energico rifiuto a questa come a tutte le altre forme di violenza”.

Bocciato il ponte di Messina

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L’Europa si accinge a cancellare i finanziamenti
Dopo aver annunciato tagli agli esigui finanziamenti della Tav Torino-Lione, l’Unione Europea si accinge a cancellare qualsiasi contributo alla costruzione di un’altra grande opera inutile, il ponte di Messina.
A settembre la decisione definitiva: all’attenzione della Commissione Europea c’è una proposta che ridefinisce i grandi corridoi per lo spostamento di uomini e merci.
La priorità non va più all’asse Berlino-Palermo (e dunque al ponte sullo Stretto), bensì a quello Helsinki-Valletta: dalla Finlandia si scende via terra fino a Bari, e poi si prosegue fino a Malta lungo un’”autostrada del mare”.
Non ci verso neanche una lacrima. Solo che, con la scusa del ponte, i politici hanno trovato il modo per cavare fior fior di quattrini dalle nostre tasche anche se il ponte non si fa.
La Corte dei Conti ha già demolito il ponte sullo Stretto, invitando ad approfondirne la fattibilità e sottolineando come si conta di far fronte al 60% dell’investimento necessario attraverso i pedaggi pagati dai veicoli: ma non è affatto certo, ha sottolineato la Corte, che il volume di traffico sia sufficiente per rientrare delle spese.
In teoria il costo del ponte sarebbe di 6,3 miliardi. In pratica si può calcolare il doppio o il triplo: di solito va a finire così per tutte le grandi opere.
Dettaglio non trascurabile, del ponte non c’è nemmeno un progetto definitivo approvato. Il consiglio d’amministrazione della Società Stretto di Messina (la cordata guidata da Impregilo assegnataria dell’opera) ha iniziato ad esaminarlo a fine giugno.
Non esiste nemmeno un progetto esecutivo per qualsivoglia opera ferroviaria collegata alla costruzione del ponte: o perlomeno, non esiste sul lato di Messina, come si sono sentiti dire pochi giorni fa i ferrovieri che protestavano per la chiusura della sezione messinese di Italfer, la divisione del gruppo Fs che si occupa delle opere e infrastrutture ferroviarie.
Eppure attorno al ponte che non esiste e probabilmente non esisterà mai sono già stati spesi 250 milioni circa, secondo i calcoli del Corriere della Sera. Inoltre la mancata costruzione comporterà il pagamento di centinaia di milioni di penale agli assegnatari dell’opera.
Soldi estratti dalle tasche di noi contribuenti. Ancora il male minore, secondo me, rispetto alla costruzione e al pagamento dell’opera.
Però si tratta di quattrini nostri che i nostri politici elargiscono alle grandi imprese in cambio di nulla. Ricordiamocene per favore: non solo al momento di andare a votare, ma anche quando qualcuno, nel nome del presunto “sviluppo”, tirerà fuori la prossima idea faraonica, assurda e soprattutto costosa.

Bolivia, ore decisive per l”Octubre Negro’

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    da peacereport

La Fiscalia boliviana chiede 25 anni di carcere per l’ex presidente Sanchez de Losada, accusato di genocidio per le morti dell”Octubre Negro’ 2003

E’ impossibile dimenticare ciò che accadde a cavallo fra settembre e ottobre del 2003 a El Alto, località non distante da La Paz, centro nevralgico dell’economia boliviana.

È difficile che i campesinos che abitano la città cancellino dalla loro mente quello che ancora oggi viene chiamato “Octubre Negro” (ottobre nero) un mese di proteste contadine culminato con la violenta repressione da parte dell’esercito boliviano.

Sul campo restarono i corpi senza vita di 67 persone, tutti contadini che tentavano di bloccare la strada al trasporto di gas boliviano verso gli Usa. Era l’ennesimo furto legalizzato dall’amministrazione statale boliviana complice delle multinazionali che sfruttavano popolo e risorse. Una questione vecchia come il mondo in Bolivia, che fortunatamente oggi sarebbe impossibile da immaginare.

Negli ospedali della zona arrivarono 400 feriti. Molti altri non ritennero opportuno recarsi al pronto soccorso. Tanta gente gridò al genocidio. La rabbia saliva ogni minuto che passava. La tensione fra esercito e popolazione era altissima, le uccisioni sommarie costrinsero alla fuga (negli Usa) l’allora presidente padrone Gonzalo Sanchez de Losada, conosciuto come Goni o peggio come “El Gringo”, e alcuni dei suoi fedelissimi ministri.

Oggi, sapremo qualcosa in più. Già un primo passo è stato fatto e i giudici del caso, Milton Mendoza e Mirna Aranciba, hanno considerato incostituzionale il dispiegamento dell’esercito per “reprimere le proteste con la scusa della presenza di gruppi guerriglieri e cospiratori”. Per queste ragioni sono state chieste pene non inferiori ai 25 anni di reclusione.

Alessandro Grandi

San Bartolomeo, i residenti dichiarano guerra al parcheggio

riportiamo un articolo apparso sul tirreno

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    di Massimo Vitulano

PISTOIA. Residenti sul piede di guerra in piazza San Bartolomeo. Durante l’assemblea di giovedì hanno mostrato tutta la loro contrarietà alla costruzione del parcheggio sotterraneo.

L’area interessata dovrebbe essere quella retrostante la chiesa, di proprietà della Curia, fino ad oggi utilizzata come campetto di calcio. Convinti che l’inizio dei lavori sia solo questione di mesi, hanno deciso di opporsi alle scelte del Comune costituendo un comitato cittadino.

Si dichiarano pronti a tutto pur di evitare quello che ai loro occhi appare uno scempio urbano. Hanno già annunciato di essere pronti a manifestare sotto il palazzo comunale e, se necessario, bloccare l’accesso ai mezzi al momento dell’apertura del cantiere. Ciò che più li indigna è il modo con cui sono venuti a conoscenza della notizia.

«Verso il mese di novembre dello scorso anno – spiega Antonio Ginetti, uno dei promotori dell’assemblea – sono arrivati alcuni tecnici per effettuare un saggio di scavo. Ci hanno detto che si trattava di scavi archeologici».

Sul momento la risposta non suscitò alcun interesse nei residenti, ma i dubbi si ripresentarono in una seconda occasione. «Tra marzo e aprile – continua Ginetti – sono tornati con camion e trivelle. Solo allora abbiamo saputo che quei buchi nel terreno altro non erano che indagini geologiche e idrologiche Il nuovo parcheggio sotterraneo, secondo gli amministratori pubblici, servirà a pedonalizzare piazza San Bartolomeo.

Ma i residenti non riescono proprio a capire a cosa potrà servire un parcheggio di 320 posti auto, quando a poche centinaia di metri si trovano spazi per la sosta come il Cellini o il parcheggio della Misericordia. Oltre a questi, i promotori dell’assemblea individuano un altro spazio vicino al centro storico: il parcheggio dell’ospedale in viale Matteotti, che tra poco più di un anno potrebbe essere aperto alla cittadinanza con lo spostamento della struttura sanitaria al campo di volo.

Le preoccupazioni vere sarebbero legate alla viabilità della zona. «Nessuno ha pensato alle conseguenze sul traffico? – sbotta Annarita Billi – Per queste strade strette passeranno molte più macchine rispetto ad oggi. Per noi che ci dobbiamo stare, il quartiere non sarà più vivibile».

In questa lotta i residenti hanno già ottenuto il sostegno di Andrea Fusari, capogruppo dei Verdi in consiglio comunale, e Legambiente. «La nostra associazione – commenta Antonio Sessa, presidente provinciale Legambiente – ha posizioni chiare sull’argomento. I parcheggi sono degli attrattori di traffico. Dobbiamo incentivare il trasporto pubblico e garantire la mobilità a pedoni e bici»

    16 luglio 2011