Appr. politici-elezioni

Un po di storia e i cinque punti fondamentali

Il Partito Umanista è uno dei tre organismi del Movimento Umanista, assieme al Centro delle Culture e alla Comunità per lo sviluppo umano, e rappresenta l’espressione politica del Movimento.

È un partito di sinistra, che denuncia con radicalità l’ingiustizia dell’attuale sistema economico basato sul neoliberismo.

Si è battuto fin dalla nascita per la difesa dei diritti fondamentali dell’uomo, come salute e educazione, sempre al centro del programma elettorale. Altro punto di primaria importanza è la responsabilità politica degli eletti nei confronti dei propri elettori.

Il Partito Umanista in Italia
In Italia il Partito Umanista esiste dal 1985.

Per difendere la propria identità non ha aderito ad alcuna coalizione, sebbene sia disponibile a dialogare con altre forze politiche. Ha promosso spesso campagne politiche e referendarie sostenute anche da altre forze di sinistra, come il referendum sulla procreazione assistita nel 2005 e quello per l’estensione della giusta causa nel 2003.

Nel 1998 ha presentato in Parlamento una proposta di legge sulla responsabilità politica, che obbligasse gli eletti a rendere conto del loro operato.

Segretario del Partito è stato per molti anni Giorgio Schultze. Nel congresso nazionale che si è tenuto a Torino nel 2005 è stata eletta segretaria Marina Larena.

Il partito umanista non ha presentato proprie liste alle elezioni politiche del 2006, e non ha appoggiato ufficialmente nessuno dei due schieramenti principali.

Il Partito Umanista nel mondo
Il Partito Umanista è presente con lo stesso nome, simbolo e programma elettorale, in molti paesi nel mondo; tutti i partiti umanisti sono membri dell’Internazionale Umanista.

I paesi in cui ha un maggiore peso politico sono principalmente il Cile e l’Argentina.

In Cile il Partito Umanista Cileno è stato il primo partito che si è legalizzato dopo la caduta della dittatura di Pinochet, e ha inizialmente fatto parte della coalizione che ha sconfitto alle elezioni il partito dell’ex dittatore. Ha ottenuto in passato l’elezione di una deputata nazionale, Laura Rodriguez, e ha tuttora molti consiglieri eletti nelle istituzioni amministrative. Recentemente ha fondato la coalizione Juntos PODEMOS (Uniti Possiamo), insieme al Partito Comunista Cileno, alla Sinistra Cristiana, e ad altri movimenti e partiti di sinistra. Un esponente del Partito Umanista cileno, Tomas Hirsch, è stato il candidato della coalizione alle elezioni presidenziali del 2005, ottenendo il 5,5% dei voti.

Anche in Argentina il Partito Umanista ha ottenuto diversi eletti nelle amministrazioni locali, di cui la più nota è Lia Mendez, che è stata eletta in passato nel parlamento locale di Buenos Aires.

Riporto di seguito i cinque punti fondamentali a cui si ispira il Partito Umanista

1. L’essere umano come valore centrale

Per il Partito Umanista non esiste valore più alto dell’Essere Umano, mentre il sistema politico attuale lo sottomette ad altri valori come il denaro od il potere.
Il P.U. è distante nello stesso modo sia dal sistema capitalista che comunista, i quali hanno fallito ambedue. Quindi, né il denaro né lo stato al di sopra dell’essere umano.
Il PU vuole che si dia piena attuazione alla Carta Universale dei Diritti dell’Uomo. Tale carta, sottoscritta nel Dicembre del 1948 da oltre 150 nazioni tra cui l’Italia è, da sempre, disattesa. Rivendicarne la validità e pretenderne il compimento è per noi un progetto “rivoluzionario” e ambizioso.
L’azione politica deve orientarsi verso il superamento di tutto ciò che genera dolore e sofferenza ed ostacola lo sviluppo umano. Questo concetto si può riassumere così: “Nulla al di sopra dell’essere umano e nessun essere umano al di sotto di un altro”. Ponendo Dio, lo Stato, il Denaro od una qualunque altra entità come valore centrale, si colloca l’essere umano in una posizione subordinata e si creano così le condizioni perché possa essere controllato o sacrificato. Gli umanisti hanno ben chiaro questo punto. Gli umanisti possono essere sia atei che credenti ma non partono dalla fede per dare fondamento alle loro azioni ed alla loro visione del mondo: partono dall’essere umano e dai suoi bisogni più immediati. E se, nella lotta per un mondo migliore, credono di scoprire un’intenzione che muove la Storia in una direzione di progresso, mettono quella fede o quella scoperta al servizio dell’essere umano.
Non si nega certo la legittima importanza che Dio, la patria, lo stato o un certo sistema possono avere per la gente, il suo benessere e la sua felicità. Ma una cosa assai diversa – che il nostro umanesimo rifiuta – è la violenza esercitata sulla gente in loro nome.
Infinite volte i diritti umani e civili, e la libertà, sono stati offesi da chi affermava di servire gli alti interessi di un Dio, un paese, uno stato o un sistema. Cosi come i sacrifici umani a un Dio vendicativo e sdegnato appaiono oggi ripugnanti ai popoli civilizzati, simili sacrifici – presenti ancora in certe menti – vanno cancellati dalle pratiche sociali. Questo invece tuttora avviene con i bassi salari e lo sfruttamento della manodopera sia degli italiani ma soprattutto degli immigrati, con i tagli e le privatizzazioni ai servizi agli anziani, ai disabili, ai giovani, o con i licenziamenti di massa, i tagli alle pensioni ed ai servizi essenziali, evidenziando il totale disinteresse verso le persone in nome di “regole di mercato”, “libera concorrenza”, ecc, tutte cose poste al di sopra dell’essere umano, in questo modo sacrificato o, peggio, ucciso, come nel caso delle guerre in atto.
Come mai i mercenari vengono chiamati “combattenti per la libertà”, assassini vengono chiamati “messaggeri di Dio”, eserciti invasori diventano “forze di liberazione”, forze imperialiste vengono chiamate “difensori della democrazia e della libertà”, omicidi e saccheggiatori “custodi della legge e dell’ordine”, banche che fanno prestiti usurai “normali regole di mercato”, licenziamenti di massa e tagli indiscriminati ai servizi essenziali “libera concorrenza”,ecc.?
Le più orribili atrocità sono state perpetrate in nome della “difesa della fede”, della “sicurezza nazionale”, della “prosperità”, della “dittatura del proletariato”, della “libera impresa”, della “democrazia”, ecc.
Ma la storia è fatta dall’essere umano, che quindi può cambiarla.
“Gli umanisti non vogliono padroni; non vogliono dirigenti né capi, e non si sentono rappresentanti o capi di alcuno. Gli umanisti non vogliono uno Stato centralizzato né uno Stato Parallelo che lo sostituisca. Gli umanisti non vogliono eserciti polizieschi né bande armate che ne prendano il posto.”
“Nessun essere umano al di sotto di un altro” implica il rifiuto di ogni situazione in cui la felicità e la
libertà di alcuni esseri umani vengono limitate da altri. Tutti gli episodi di dominazione, oppressione, autoritarismo, imperialismo, sfruttamento, discriminazione, coercizione, ecc., sono chiari esempi di esseri umani al di sotto di altri esseri umani, tanto nella sfera sociale come in quella personale.
Anche tutte le situazioni in cui alcuni trattano gli altri come oggetti, sono di questo stesso tipo. Alcune persone diventano l’obiettivo degli umori, desideri, ambizioni e manipolazioni altrui. Lì, la cosiddetta “libertà” e “felicità” di alcuni impedisce agli altri di sviluppare la loro vera libertà e felicità.
L’essere umano è l’artefice della sua propria storia, del suo proprio destino, mettendo in pratica la sua libertà dì scelta e intenzionalità.

2. Non violenza attiva

Il Partito Umanista è retto dall’azione nonviolenta. Rifiuta ogni violenza, di qualsiasi tipo, da qualsiasi parte provenga e qualunque ne sia la sua giustificazione. Pertanto utilizza questa metodologia nella lotta pratica e quotidiana a favore dei Diritti Umani.
La Nonviolenza attiva (o l’attivismo nonviolento) è la metodologia del P.U. per l’azione politica e sociale. E’ questo il modo per conquistare il potere politico, esercitarlo, resistere e combattere la violenza e umanizzare la società.
Il P.U. userà tutte le risorse della Nonviolenza per lottare contro tutte le forme di violenza (fisica, sociale, economica, religiosa e psicologica). Gli interventi quotidiani degli strati più bassi dei lavoratori, le manifestazioni di protesta, gli scioperi, movimenti femminili e studenteschi, le proteste degli immigrati, la pubblicazione di manifesti, volantini e periodici, interventi alla radio ed alla televisione, tutto ciò fa parte delle forme, dell’etica e della pratica della Nonviolenza.
Il P.U. farà anche un grande uso dell’immaginazione per sviluppare nuove forme di lotta nonviolenta, e chiarirà e mobiliterà la popolazione perché si unisca ad esso in questa resistenza, per trovare forme e modi per risolvere conflitti e contrapposizioni lungo i binari della Nonviolenza creativa.
La Nonviolenza attiva comprende la denuncia delle ingiustizie, la non partecipazione a ogni forma di oppressione e violenza, l’azione psicologica, la disubbidienza civile, la resistenza nonviolenta all’autoritarismo, ecc. Cioè ogni possibile forma nonviolenta di lotta a ogni forma di violenza.
La violenza non è un metodo etico né pratico per porre fine alla violenza, ma ne genera altra, in una catena senza fine di rappresaglie. Per noi il fine non giustifica i mezzi. Mezzi e fini sono collegati. Nessun futuro degno dell’essere umano può essere edificato sulla base del sangue e della polvere da sparo, ma nemmeno con la complicità, l’indifferenza e la vigliaccheria di fronte alla violenza, alla sofferenza e all’oppressione.
Alcuni dicono che il bambino usa i pugni fino a che non impara a usare il cervello. Come forma di lotta contro la violenza, la violenza appartiene dunque all’infanzia della mente umana, mentre la nonviolenza è l’arma dei coraggiosi e degli intelligenti. La nonviolenza attiva è un metodo che non è stato ancora sviluppato in tutte le sue potenzialità. Le lotte nonviolente di Gandhi e Martin Luther King sono esempi che si possono sviluppare, adattandoli alle condizioni attuali.
La nonviolenza attiva non è una semplice posizione di pacifismo passivo, rassegnato e timoroso, ma è una militanza dinamica – coraggiosa e ribelle – contro ogni forma di violenza, le sue radici e le sue manifestazioni. Essa lotta inoltre per gettare ponti di comunicazione diretta tra diverse razze, popoli, comunità e individui.
Finora enormi quantità di risorse (umane, economiche, tecnologiche, scientifiche, ecc.) sono state e sono impiegate per lo sviluppo della violenza. Se le stesse risorse venissero utilizzate per lo sviluppo della nonviolenza, ogni paese o il mondo intero cambierebbe in pochi anni.

Sull’efficacia della Nonviolenza.
Un argomento che viene spesso sollevato contro la nonviolenza è che la violenza, come mezzo per ottenere dei risultati, è efficace. Fa cioè sì che si ottengano le cose. Ma questo non è vero. Non sempre la violenza ha successo, a volte raggiunge i suoi obiettivi di corto respiro e a volte no. La storia e gli eventi quotidiani illustrano ampiamente questo punto.
Ogni volta che due fazioni violente si confrontano, ci può essere un vincitore, ma anche un vinto, la storia delle guerre dimostra questo fatto, e i registri della polizia sono pieni di casi che evidenziano il fallimento della violenza come mezzo.
D’altra parte, possiamo essere d’accordo sul fatto che i mezzi nonviolenti non ottengono sempre i risultati desiderati. Anche la Nonviolenza attiva può esibire una lista di successi e sconfitte, di trionfi e fallimenti.
Possiamo però sostenere con sicurezza che, ogni volta che è stata impiegata per raggiungere un obiettivo di grande importanza e durata, la violenza ha sempre fallito. Può aver ottenuto dei risultati iniziali, raggiunti però a prezzo di dolore e sofferenza (per i vincitori come per i vinti), finendo presto per passare in secondo piano rispetto alle conseguenze della violenza. La grande causa viene così alla fine tradita e sconfitta.
Ad esempio, dopo una lotta violenta può succedere a volte che nessuno rimanga vivo o in condizioni abbastanza buone da approfittare del successo. In altri casi, il dolore e la sofferenza inflitti ad altri e sopportati dal vincitore lo privano di ogni gioia o soddisfazione. In altri casi la paura di rappresaglie e la frenesia di consolidare risultati così ottenuti porta a una violenza maggiore di quella esercitata prima su quanti avrebbero dovuto godersi la vittoria. Quelli che sono pronti ad invocare la violenza o a parlar male della nonviolenza sono spesso rivoluzionari da salotto, o cinici e codardi inconfessati, che mandano gli altri in battaglia, o sciocchi che possono solo immaginarsi come vincitori e mai come vittime, o esseri umani materialisti e degradatori che non vedono alcun senso nella vita.
Per quanto riguarda la difficoltà di escogitare e mettere in pratica i metodi nonviolenti, è la stessa incontrata con la violenza. Inoltre, non solo una violenza che abbia successo non è così facile da portare avanti, ma bisogna poi pensare anche al dopo: come evitare le rappresaglie, evadere la legge, ecc., una preoccupazione che invece non sorge quando si usa la nonviolenza.
Perfino “L’arte della guerra”, di Sun Tzu, un classico trattato cinese sulla guerra, sostiene che il miglior guerriero è quello che conduce le cose in modo da non far mai sorgere il bisogno di un combattimento reale, quello che vince le battaglie prima che queste siano richieste, e che con l’astuzia fa sì che il nemico non prenda le armi. Un concetto simile è applicato oggi usando lo spionaggio e il controspionaggio, la propaganda, gli scambi economici e culturali, i negoziati e la diplomazia per scongiurare il ricorso alla violenza. Più un paese è intelligente, più ricorrerà a tutti i possibili mezzi nonviolenti prima di farsi incastrare in un confronto violento.
Tenendo conto di tutti gli argomenti sopra menzionati, affermiamo che la violenza non può vantare nei confronti della nonviolenza alcuna superiorità rispetto al raggiungimento di obiettivi di lunga durata e grande importanza.
Per ogni mezzo violento, se ne può escogitare e provare uno nonviolento, con uguali (o superiori) possibilità di successo. Violenza e nonviolenza producono entrambe un “feedback”, una reazione a catena, un “karma” individuale e sociale con conseguenze rispettivamente indesiderabili e desiderabili.
Infine, la Nonviolenza non verrà mai capita o preferita da chi cerca una convenienza per sé o per altri, ad ogni costo. La nonviolenza è per chi si interessa non solo del presente, ma anche del futuro della propria azione, non solo di ottenere le cose, ma anche del prezzo da pagare, non solo di raggiungere risultati, ma anche del loro fondamento morale.
In sintesi, la nonviolenza rappresenta il meglio dell’essere umano, la violenza il peggio. La scelta è chiara; sta poi a ognuno scegliere la propria strada nella vita. L’evoluzione dell’uomo e la civilizzazione è stata raggiunta nonostante lo spargimento di sangue, e non grazie ad esso. L’impulso dell’uomo verso l’alto viene dai suoi aspetti migliori, non dai peggiori. La ribellione e la lotta alla violenza è presente nelle migliori filosofie, religioni, costituzioni, leggi e nella vita di quelli che vale la pena di ricordare. La violenza andrebbe vista come la conseguenza o la risorsa scaturita da impotenza, debolezza, disperazione, bestialità, squilibrio, paura, avidità, ecc., aspetti che non costituiscono certo le migliori potenzialità dell’uomo.

3. Tolleranza attiva e non-discriminazione

Lottare per i diritti delle minoranze significa lottare per i diritti di tutti gli esseri umani.
La discriminazione può sembrare ormai una cosa superata del passato, mentre invece i diritti e le opportunità delle minoranze etniche, culturali, religiose ed economiche sono minacciati ogni giorno di più e riappaiono con forza le voci della discriminazione dettate da sentimenti distruttivi quali la paura e la disperazione.
Per noi esistono solo esseri umani e nessuna differenza di nazionalità, età, genere, cultura, ideologia, preferenza sessuale, confessione religiosa, condizione economica, ecc., è essenziale. Queste sono tutte differenze secondarie (molte sono casuali), rispetto all’essenza di ogni essere umano, la sua libertà.
Propugniamo il riconoscimento ed il rispetto delle diversità personali e culturali considerandole una ricchezza. Affermiamo la libertà di idee e credenze.
Reclamiamo uguaglianza di diritti ma anche, e soprattutto, identiche opportunità per tutti.
Ci sono dei diritti che appartengono all’essere umano per il semplice fatto di essere nato, quali la Salute, l’Educazione, la casa, il lavoro, l’ozio, una vecchiaia protetta e molti altri, in numero maggiore di quelli scritti nella Carta delle Nazioni Unite.
Il P.U. rifiuta ogni concezione in cui si attribuisce ad alcuni una certa “natura” che li rende irrimediabilmente o definitivamente inferiori o superiori Per tanto il P.U. non può accettare idee che parlano di gente che serve come manodopera a basso costo, di sessi che non possono raggiungere certi livelli intellettivi, di età in cui la gente non sa cosa vuole, di supremazia culturale, ecc.
Concetti di questo tipo non creano altro che abissi di divisione tra esseri umani.
Una delle forme della discriminazione politica è la restrizione del diritto ad eleggere ed essere eletto.
Il P.U. incita a smascherare pubblicamente, in ogni occasione, la discriminazione in ognuna delle sue manifestazioni, anche le meno palesi.
Oggi la Tolleranza attiva è una condizione necessaria per la sopravvivenza dell’umanità perché consente di realizzare il dialogo tra culture e correnti diverse, sulla base del rispetto reciproco e dell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità. Questa si esprime in un atteggiamento attento e rispettoso di una persona, di un gruppo, di una istituzione o di una società. Si manifesta con il desiderio di giungere alla reciproca comprensione ed alla conciliazione di interessi ed opinioni divergenti per mezzo della persuasione e delle trattative.

“Gli umanisti sono internazionalisti, aspirano ad una nazione umana universale. Non desiderano un mondo uniforme bensì multiforme: multiforme per etnie, lingue e costumi; multiforme per paesi, regioni, località; multiforme per idee e aspirazioni; multiforme per credenze, dove abbiano posto l’ateismo e la religiosità; multiforme nel lavoro; multiforme nella creatività.”

4. Proprieta’ partecipata dei lavoratori

Vogliamo un sistema economico e sociale che favorisca forme di organizzazione solidali e che stabilisca una relazione di parità tra il capitale e il lavoro. In questo senso ci definiamo chiaramente in opposizione al neoliberismo ed a qualsiasi altro modello che sia espressione del sistema capitalista; inoltre affermiamo la necessità di superare le proposte centraliste e stataliste che già dimostrarono storicamente la loro inefficacia.
“Gli umanisti non hanno bisogno di grandi discorsi per mettere in evidenza il fatto che oggi esistono le possibilità tecnologiche per risolvere, a breve termine e per vaste zone del mondo, i problemi della piena occupazione, dell’alimentazione, della salute, della casa, dell’istruzione. Se queste possibilità non si tramutano in realtà è semplicemente perché la speculazione mostruosa del grande capitale lo impedisce.”
“Per gli umanisti i fattori della produzione sono lavoro e capitale, mentre speculazione ed usura risultano superflui. Nella situazione attuale, gli umanisti lottano per trasformare radicalmente l’assurdo rapporto che si è stabilito tra questi due fattori. Fino ad oggi è stata imposta questa regola: il profitto al capitale ed il salario al lavoratore. E questo squilibrio è stato giustificato con l’incremento del rischio che l’investimento comporta….. Come se il lavoratore non mettesse a rischio il suo presente ed il suo futuro nei flussi e riflussi della disoccupazione e della crisi. Ma c’è in gioco anche il potere di decisione e di gestione dell’azienda. Il profitto non destinato ad essere reinvestito nell’azienda, non diretto alla sua espansione o diversificazione, prende la via della speculazione finanziaria. Così pure il profitto che non crea nuovi posti di lavoro, prende la via della speculazione finanziaria. Di conseguenza, la lotta dei lavoratori deve obbligare il capitale a raggiungere la sua massima resa produttiva. Ma questo non potrà verificarsi senza una compartecipazione nella gestione e nella direzione dell’azienda. Diversamente, come si potranno evitare i licenziamenti in massa, la chiusura e lo svuotamento delle aziende? Il vero problema sta infatti nell’insufficienza degli investimenti, nel fallimento fraudolento delle aziende, nell’indebitamento forzato, nella delocalizzazione produttiva, nella fuga dei capitali e non sta nei profitti che potrebbero derivare dall’aumento della produttività.”
Nel Documento del Nuovo Umanesimo si sostiene che la rivoluzione umanista sul piano economico parte dalla modifica della relazione capitale-lavoro. La relazione attuale assegna i profitti al capitale ed il salario ai lavoratori, la distribuzione degli utili e la gestione dell’impresa restano appannaggio dell’imprenditore, proprietario dei mezzi di produzione.
La proposta umanista è basata sul concetto che gli imprenditori ed i lavoratori devono compartire sia gli utili che le decisioni imprenditoriali.
D’altra parte molti imprenditori si stanno rendendo conto di essere ormai diventati semplici impiegati della banca, ormai strumenti in mano alle grandi speculazioni finanziarie.
La nostra proposta “proprietà partecipata dei lavoratori nell’impresa” mantiene comunque la relazione capitale-lavoro ma i lavoratori dell’impresa dove lavorano hanno il diritto di partecipare agli utili e alla gestione dell’impresa. In questo modo i lavoratori aumenteranno la loro quota di potere all’interno dell’azienda e ciò rafforzerà la loro posizione e, in definitiva, dell’impresa stessa. Questo farà sì che gli utili vengano reinvestiti evitando la speculazione, l’impoverimento, la delocalizzazione, i licenziamenti.

5. Democrazia reale

L’edificio della Democrazia si è gravemente deteriorato per l’incrinarsi dei pilastri sui quali poggiava: l’indipendenza dei poteri, la rappresentatività e il rispetto delle minoranze. La teorica indipendenza dei poteri è un assurdo. Ed in effetti basta svolgere una semplice ricerca sull’origine e sulle articolazioni di ciascun potere per rendersi conto degli intimi rapporti che lo legano agli altri. E non potrebbe essere altrimenti visto che tutti fanno parte di uno stesso sistema. Quindi, le frequenti crisi dovute al predominio di un potere sull’altro, al sovrapporsi delle funzioni, alla corruzione e alle irregolarità, sono il riflesso della situazione economica e politica globale di un dato paese.
Per quanto riguarda la rappresentatività, c’è da dire che all’epoca in cui fu introdotto il suffragio universale, si pensava che ci fosse un solo atto, per così dire, tra l’elezione dei rappresentanti del popolo e la conclusione del loro mandato. Ma, con il passare del tempo, si è visto chiaramente che oltre a questo primo atto con il quale i molti scelgono i pochi, ne esiste un secondo con il quale questi pochi tradiscono i molti, facendosi portatori di interessi estranei al mandato ricevuto. E questo male si trova ormai in incubazione nei partiti politici che sono ridotti a dei puri vertici separati dalle necessità del popolo. Ormai, all’interno della macchina dei partiti, i grandi interessi finanziano i candidati e dettano la politica che questi dovranno portare avanti. Tutto ciò evidenzia una profonda crisi nel concetto e nell’espressione pratica della rappresentatività.
Gli umanisti lottano per trasformare la pratica della rappresentatività dando la massima importanza alle consultazioni popolari, ai referendum, all’elezione diretta dei candidati. Non dimentichiamoci che in numerosi paesi ancora esistono leggi che subordinano i candidati indipendenti ai partiti politici, oppure requisiti di reddito e sotterfugi vari che limitano la possibilità di presentarsi davanti alla volontà popolare. Qualsiasi Costituzione o legge che limiti la piena capacità del cittadino di eleggere e di essere eletto è una beffa nei confronti del fondamento stesso della Democrazia reale, che è al di sopra di ogni regolamentazione giuridica. E se si vorrà dare attuazione pratica al principio delle pari opportunità, i mezzi di comunicazione di massa dovranno mettersi al servizio della popolazione nel periodo elettorale, durante il quale i candidati pubblicizzano le loro proposte, dando a tutti esattamente le stesse opportunità. Oltre a questo dovranno essere emanate leggi sulla responsabilità politica in base alle quali quanti non manterranno le promesse fatte agli elettori rischieranno l’interdizione, la destituzione od il giudizio politico. Questo perché il rimedio alternativo, che attualmente va per la maggiore e secondo il quale gli individui e i partiti inadempienti saranno penalizzati dal voto nelle elezioni successive, non pone affatto termine a quel secondo atto con cui si tradiscono gli elettori rappresentati. Per quanto riguarda la consultazione diretta su temi che presentano carattere d’urgenza, le possibilità tecnologiche di metterla in pratica crescono di giorno in giorno. Non si tratta di dare priorità a inchieste od a sondaggi manipolati, si tratta invece di facilitare la partecipazione ed il voto diretto attraverso mezzi elettronici ed informatici avanzati. In una Democrazia reale deve essere data alle minoranze la garanzia di una rappresentatività adeguata ma, oltre a questo, si devono prendere tutte le misure che ne favoriscano nella pratica l’inserimento e lo sviluppo. Oggi le minoranze assediate dalla xenofobia e dalla discriminazione chiedono disperatamente di essere riconosciute e, in questo senso, è responsabilità degli umanisti elevare questo tema a livello di discussione prioritaria, capeggiando ovunque la lotta contro i neofascismi, palesi o mascherati che siano. In definitiva, lottare per i diritti delle minoranze significa lottare per i diritti di tutti gli esseri umani.
Ma anche all’interno di un paese esistono intere province, regioni o autonomie che subiscono una discriminazione analoga a quella delle minoranze come conseguenza delle spinte centralizzatrici dello Stato, che è oggi solo uno strumento insensibile nelle mani del grande capitale. Questa situazione avrà termine quando si darà impulso ad un’organizzazione federativa grazie alla quale il potere politico reale tornerà nelle mani di tali soggetti storico-culturali.
Il P.U. con la proposta di legge di iniziativa popolare, già presentata alla Cassazione con 60.000 firme, “Legge di Responsabilità politica” lotta per una democrazia reale, partecipativa e diretta. Una forma di governo con retro-alimentazione e consultazione. Ciò è opposto alle imposizioni autocratiche, autoritarie o maggioritarie nel processo della presa di decisioni sulle questioni più importanti che riguardano la vita e il futuro della gente.
Il P.U. favorisce le opzioni e scelte, accompagnate da responsabilità e conoscenza, invece di costrizione e proibizione, seguiti da punizione.
Il P.U. promuove anche la rappresentazione e partecipazione proporzionale di tale pluralità nella vita sociale e politica.
Il P.U. promuove il decentramento, con un federalismo che si opponga al monopolio del centralismo statale. Un federalismo che consegni il massimo dei poteri ai loro legittimi depositari: gli abitanti di un Comune, poi di una provincia e così via, in modo che gli organi regionali e statali fungano solo da coordinamento. Questo federalismo darà la massima importanza alle consultazioni dirette, ai referendum abrogativi e propositivi.

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