PERCHÉ VOTARE NO
Presa di posizione sul referendum “giustizia” del 22/23 marzo 2026 concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”
...“Sembra proprio che sia la situazione di potere già esistente ad instaurare una determinata legge, la quale a sua volta legalizza il potere. Pertanto il tema centrale è quello del potere inteso come imposizione di un’intenzione, accettata o meno”.
…“Una forma di governo autogestita e controllata in modo solidale dal popolo, che non sottostia al paternalismo di una fazione, sarà l’unica a garantire che il grottesco Stato attuale non venga sostituito dal potere senza freni di quegli stessi interessi che un tempo gli hanno dato origine e che oggi lottano per eliminarlo.” (Silo – dal libro Umanizzare la terra)
E’ al potere che dobbiamo rivolgere l’attenzione per non rimanere intrappolati in una sterile contrapposizione tecnico-giuridica suscettibile di interpretazioni tanto contraddittorie quanto secondarie.
Come ben sappiamo il potere reale oggi non risiede nei governi o nei parlamenti e tanto meno nei popoli. Il vero potere, in Occidente, è nelle mani delle élite globaliste capital-finanziarie capaci d’influenzare, dirigere, ricattare governi e parlamenti, che manipolano e controllano le coscienze degli individui e dei popoli attraverso il dominio tecnologico, economico, mediatico, culturale, ecc.
La separazione e l’indipendenza dei poteri dello Stato, potere legislativo (parlamento), esecutivo (governo) e giudiziario (magistratura), che dovrebbero essere i cardini delle democrazie nate all’epoca della modernità liberale sono ormai una finzione. Quell’epoca è finita da tempo: in Italia la prerogativa del parlamento, quella di emanare le leggi, è stata esautorata a favore dell’azione governativa e non possiamo pensare che la magistratura sia un’isola felice esente dalla corruzione morale e materiale del neoliberismo.
Ma evidentemente questo controllo ancora non basta. C’è qualche residuo nella nostra Costituzione, figlia del costituzionalismo liberal-democratico post seconda guerra mondiale, che si scontra con il nuovo clima politico-culturale che vede nella democrazia plebiscitaria il necessario superamento della democrazia liberale. Una democrazia plebiscitaria dove la magistratura, e ogni altra articolazione dello Stato, deve essere sottoposta alla volontà della politica, unico potere ancora legittimato, in qualche modo, dal voto popolare. Chi vince le elezioni ha il diritto di governare senza ostacoli, controlli e interferenze. I limiti al potere politico, la separazione e l’equilibrio dei poteri, sono relitti del passato.
È del tutto evidente che questa deriva plebiscitaria autoritaria non ha nulla a che vedere con una democrazia reale basata sul decentramento del potere verso la base sociale, che superi la democrazia formale liberale, dove anche il potere giudiziario sia in qualche modo sottoposto al giudizio ed al controllo popolare.
La Costituzione Italiana del 1948 prevedeva un sistema di poteri indipendenti tra loro, un equilibrio tra potere politico, legislativo ed esecutivo, e potere giudiziario. Negli anni questo equilibrio costituzionale è stato volutamente modificato e ha avuto come conseguenza un’alterazione nell’effettivo esercizio di questi poteri. La politica è stata sistematicamente denigrata e messa sotto accusa. Il potere maggiormente rappresentativo della volontà popolare, quello legislativo del parlamento, è stato svuotato a favore del potere del governo di turno ma anche a favore del potere di organismi sovranazionali poco o per nulla democratici. Questo vuoto parlamentare e di rappresentanza è stato impropriamente colmato dal potere giudiziario con inevitabili distorsioni e arroccamenti che nulla hanno a che fare con la Costituzione originaria. Bisognerebbe ripristinare quell’equilibrio così saggiamente disegnato dai padri costituenti che questa ulteriore proposta di modifica costituzionale non prevede ed, anzi, peggiora.
L’azione del governo verso l’amministrazione della giustizia va vista all’interno di un quadro più complessivo che comprende le politiche di pubblica sicurezza, quelle socio-economiche, quelle relative al riarmo e alla politica estera. In particolare preoccupano le restrizioni alle libertà democratiche che evidenziano le intenzioni del potere di accentuare il controllo e la repressione del dissenso. Ne è un esempio anche l’iter della legge di modifica costituzionale in questione, che è stata blindata in parlamento senza alcuna possibilità di presentare emendamenti e votata senza raggiungere una maggioranza qualificata. Sono tutte manifestazioni di come il grande capitale cerchi di disciplinare la società in modo autoritario per far fronte al caos che esso stesso ha generato e che fatica a governare.
Entrando nello specifico delle modifiche costituzionali oggetto del referendum, sembra evidente che con le attuali leggi e l’attuale assetto costituzionale la separazione tra magistratura giudicante e requirente di fatto esiste già, visto che la possibilità di passare da una funzione all’altra negli anni è stata fortemente ridotta. Viene però invocata una separazione vera e propria delle carriere affinché giudici e PM non siano più colleghi all’interno di una stessa magistratura. Questo nella convinzione di avere maggiore imparzialità nei processi, cosa tutta da dimostrare e niente affatto scontata. Questa netta separazione può inoltre essere sfavorevole alla crescita professionale dei magistrati.
La separazione delle magistrature, giudicante e requirente, è finalizzata più all’indebolimento dell’attuale CSM che a migliorare l’organizzazione e la celerità della giustizia, irrealizzabile senza maggiori investimenti materiali ed assunzioni di personale, questi sì responsabilità unica della politica.
Sia lo sdoppiamento del CSM che la nuova modalità di nomina dei suoi membri (sorteggio invece che elezione) e l’attribuzione della funzione disciplinare ad un’Alta Corte separata dai due CSM, denotano l’intenzione d’indebolire il ruolo dei magistrati, i cosiddetti membri togati, sfavoriti anche dal sorteggio “pilotato” dei politici, i cosiddetti membri laici.
Secondo i sostenitori di questa riforma costituzionale, l’influenza perniciosa della politica si manifesta attraverso le correnti presenti all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Sostituire l’elezione dei membri dei CSM con il sorteggio viene giustificato col tentativo di limitare l’influenza delle correnti presenti all’interno della magistratura, quasi che l’amministrazione della giustizia fosse un problema puramente tecnico, scevro da interpretazioni e intenzioni umane.
Là dove ci sono delle libere elezioni per eleggere gli organi direttivi di una qualche organizzazione, anche sportiva o ricreativa, è possibile che vengano a formarsi correnti o aggregazioni d’opinione che cerchino d’influire sulle scelte o sugli indirizzi futuri dell’organizzazione stessa.
Il sorteggio dei membri togati del CSM avrebbe potuto essere lo strumento per contrastare la troppo stretta contiguità “operativa” che le correnti presenti all’interno della magistratura hanno con organi del potere politico. Ma il puro sorteggio “alla cieca” tra tutti i magistrati, avulso da qualsiasi criterio di rappresentatività delle varie esperienze e funzioni, anche territoriali, farà sì che la componente togata sarà squilibrata ed avrà meno autorevolezza di quella laica politica, quella sì preselezionata dalla maggioranza parlamentare di turno. Anche per il sorteggio dei magistrati avrebbe dovuto essere prevista una necessaria preselezione dei sorteggiabili.
Attualmente il PM non è solo la pubblica accusa, ma un magistrato che in primis deve perseguire la giustizia. Se infatti viene a conoscenza di un elemento favorevole all’imputato deve farlo presente, diversamente dall’avvocato difensore che nel caso venga a conoscenza di un elemento sfavorevole al suo assistito è tenuto al segreto professionale, pena la radiazione dall’albo.
Secondo il nuovo corso plebiscitario, tra cui rientra anche l’agognata futura elezione diretta del Primo Ministro o Presidente del Consiglio, la magistratura non dovrebbe poter indagare e giudicare la politica anche se questa commette illeciti, o quanto meno deve essere benevola con essa.
Per raggiungere questo, tra gli obiettivi non dichiarati esplicitamente ma auspicati palesemente dai sostenitori della riforma c’è quello di sottomettere i PM alla volontà della politica.
Con la separazione delle carriere il PM verrebbe attratto «nella logica di polizia», diventando più sensibile alle pressioni delle campagne «legge e ordine» di governi sempre più autoritari con i deboli e i dissidenti. Qualora questo nuovo PM “forte contro il crimine” promuovesse indagini nei confronti di esponenti influenti dell’economia, della finanza o della politica, diventerebbe ostaggio della politica stessa che alla lunga non resisterebbe alla tentazione di metterlo in scacco. Non sarebbero neppure necessari nuovi ritocchi della Costituzione, basterebbero interventi a livello di legge ordinaria: criteri di priorità, dislocazione delle risorse di personale e di strumenti organizzativi, gerarchizzazione, ridimensionamento dell’effettiva direzione della polizia giudiziaria.
È un fatto che in tutti gli Stati in cui le carriere di giudici e PM sono separate è presente una qualche forma di controllo governativo sui PM. Il rischio di tale evoluzione è evidente: se il governo ha modo di guidare o anche solo condizionare i PM, ha modo di decidere su cosa si indaga e, sopratutto, su cosa non si indaga. Con il loro controllo, scomparirebbe anche l’obbligo dei PM di perseguire d’ufficio i reati di cui venissero a conoscenza.
Per i motivi sovraesposti, pensiamo che, pur essendo condivisibili certi propositi, la modifica costituzionale vada nella direzione sbagliata e che la cura proposta vada ad aggravare il malato, che non è solo l’amministrazione della giustizia ma l’intero sistema democratico.
Per questo motivo votiamo NO al referendum costituzionale del 22/23 marzo 2026.


